L'opportunismo e la cosiddetta "primavera araba" Il commercio redditizio della "rivoluzione" sotto il comando dell'imperialismo

  • 16/07/14 18.47

Il 29 luglio 2012, il New York Times pubblicò un articolo di Neil MacFarquhar dal seguente titolo: "Col prolungarsi della guerra in Siria, gli jihadisti assumono un ruolo più importante". Come si può dedurre dal titolo stesso, l'articolo era incentrato sul ruolo crescente degli jihadisti nelle file della cosiddetta opposizione siriana. Ad un certo punto, il giornalista, citando Thomas Pierret, docente all'Università di Edimburgo, ci fornisce un dettaglio molto interessante:

"Non tutti i combattenti stranieri sono jihadisti. Un combattente libico-irlandese, Mahdi al-Harati, che aveva partecipato alla battaglia di Tripoli in Libia, ha organizzato un gruppo di volontari per la Siria, come segnala Thomas Pierret, docente di storia islamica della Siria contemporanea nell'Università di Edimburgo. 'Non è uno jihadista, si vede piuttosto come un rivoluzionario libico, lì per aiutare la rivoluzione siriana', ha detto Pierret"[1]

Il nome di Mahdi al-Harati, segnalato come esempio di combattente non-jihadista in Siria, è abbastanza interessante. Apprendiamo dallo stesso documento che milita nella brigata Liwa al-Ummah vicino ad Aleppo, nella quale anche suo cognato Hussan al-Najar combatte contro l'esercito di Assad.

La prima volta che abbiamo sentito parlare di questi cittadini irlandesi nati a Tripoli è stato quasi un anno fa, nella cosiddetta sollevazione libica. Il 13 agosto 2011 si poteva leggerne la storia su The Irish Times. [2]

Si trovavano in un piccolo paese chiamato Nalut, sulla frontiera fra Libia e Tunisia, che ospitava il quartier generale della cosiddetta Brigata rivoluzionaria di Tripoli. "Qui tutti conoscono Harati, il gentile irlandese", dice il giornalista. Ovviamente tutti lo conoscevano in quanto era il comandante in capo… Ciò nonostante, cosa ne sappiamo della sua "gentilezza"?

Nel febbraio 2011, Al-Harati lasciò Dublino, dove si suppone stesse vivendo una vita tranquilla con la moglie ed i suoi quattro figli, per unirsi ai ribelli sotto comando della NATO. Lui e suo cognato, Hussan al-Najar, un ex-appaltatore di Dublino, andarono in Libia per occuparsi dell'"affare" della rivoluzione. Istituirono la Brigata rivoluzionaria di Tripoli, una strana collezione di uomini altamente qualificati, fra cui ingegneri, medici, imprenditori, ecc., con l'obiettivo di strappare Tripoli alle forze di Gheddafi. Al-Harati dice: "La nostra idea era di creare un gruppo ben organizzato e lottare nella parte occidentale del paese. Non avevamo alcuna ideologia, eravamo solamente dei rivoluzionari" [3]. Furono immediatamente ben accolti dal Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), ed in pochi mesi il loro numero aumentò da 15 a quasi 1.000. Ricevettero addestramento militare da parte delle forze speciali del Qatar e parteciparono alla "battaglia di Tripoli".

Mahdi al-Harati comandava il principale attacco a Tripoli, lanciato il 21 agosto 2011. Dopo aver preso la capitale, si trasformò nel vicepresidente del Consiglio militare di Tripoli. Divenne cioè la seconda carica dell'organizzazione che doveva ricondurre l'insieme dei miliziani armati nell'ambito di un esercito nazionale. La prima carica invece fu affidata ad Abdulhakim Belhaj, proprio il Belhaj del Gruppo islamico di combattimento libico, branca di Al Qaeda nel Magreb islamico in Libia.

La storia di al-Mahdi Harati e di suo cognato Hussan al-Najar, dei cosiddetti "rivoluzionari della Primavera araba", non finisce qui. In realtà, diventa più interessante dopo che al-Harati comincia a fare strada nella corsa per gli "affari della rivoluzione".

Agli inizi d'ottobre 2011, qualcuno penetrò in casa della famiglia Harati a Dublino. Rubarono una gran quantità di gioielli realizzati in Libia ed Egitto. Ma non è tutto. Presero anche 200.000 € in contanti, in biglietti da 500 € e nascosti in due buste. Mahdi al-Harati ritornò a Dublino e disse alla polizia che il denaro gli era stato consegnato da agenti segreti degli Stati Uniti per sostenere gli sforzi della guerra in Libia [4]. I 200.000 € rubati dalla sua casa nel sud di Dublino erano la somma che al-Harati aveva nascosto per sé. Ovverosia, il tranquillo e gentile docente arabo in Irlanda e di origine libica confessò che in Libia stava conducendo "affari della rivoluzione" a libro paga dei servizi segreti statunitensi.

Pochi giorni dopo questo incidente, si dimise dal suo incarico nel "nuovo regime" della Libia, a causa probabilmente delle controversie tra il gruppo Abdulhakim Belhaj, cui era legato al-Harati, e la cricca di Mahmoud Jibril, che era diventata violenta. Le sue dimissioni potrebbero anche essere dovute alla perdita della sua ricompensa. L'uomo è un professionista, perché mettere radici, mentre innanzi gli si aprono molte più opportunità?... Cosicché ora è ad Aleppo, al comando della brigata Liwa al-Ummah, altro strano gruppo di combattenti di élite, che annovera nelle sue file ingegneri, medici, imprenditori, ecc.

Ma c'è anche altro da raccontare sulla storia di Mahdi al-Harati, "rivoluzionario professionale à la Primavera araba". In realtà, al-Harati, prima della sua missione in Libia, non era così tranquillo come si può immaginare. Era a bordo della Mavi Marmara, sulla quale 9 persone furono massacrate dai soldati israeliani nel maggio 2010. Sbarcò in barella, non perché ferito durante il brutale attacco delle Forze di difesa israeliane (IDF), ma per una crisi diabetica, sopraggiunta giusto prima dell'assalto. Ebbe questo attacco diabetico, scese vivo dall'imbarcazione e ritornò a Dublino come eroe, raccogliendo poco dopo i vantaggi di questo fatto.

Il Movimento irlandese contro la guerra (IAWM) lo aiutò a salire a bordo della Flottiglia per Gaza. In quel periodo stabilì buone relazioni con il movimento contro la guerra a Dublino e, quando andò in Libia per lottare sotto le ali della NATO e alla coda di Al Qaeda, lo IAWM chiamò la "comunità internazionale" ad armare il Consiglio Nazionale di Transizione e a riconoscerlo come legittimo rappresentante del popolo libico. Lo stesso IAWM chiedeva che l'aiuto militare di 1,3 miliardi di dollari destinati all'Egitto venisse dirottato ai "ribelli libici" come al-Harati [5]. Ebbene, lo fecero...

Cosa è un intervento straniero?

Criticando il falso "internazionalismo" di Kautsky, che difendeva lo spregevole inganno dei menscevichi definendo la Prima guerra mondiale come una guerra difensiva o rivoluzionaria, Lenin segnalava la seguente cosa:

"La guerra imperialista non cessa di essere imperialista quando dei ciarlatani o dei parolai o dei filistei piccolo-borghesi lanciano una «parola d'ordine» inzuccherata, ma soltanto quando la classe che conduce questa guerra imperialista ed è legata a questa da milioni di fili (se non cavi) economici, risulta di fatto abbattuta ed è sostituita al potere dalla classe veramente rivoluzionaria: il proletariato. Non vi è altro mezzo per sfuggire alla guerra imperialista, come pure a una pace imperialista, di rapina". [6]

Quasi 100 anni dopo l'argomentazione di Lenin, abbiamo molti più parolai o filistei piccolo-borghesi che lanciano "parole d'ordine" inzuccherate su una guerra imperialista. Un'altra volta ancora, i filistei piccolo-borghesi del nostro tempo inventano spregevoli inganni sulla natura e gli agenti dell'ennesima aggressione imperialista. Strumento comune di tale inganno è "l'opposizione ad ogni intervento straniero".

Permettetemi di continuare col movimento irlandese "contro la guerra". Gli amici e sodali di al-Harati emisero un comunicato nel marzo 2011, pochi giorni dopo la decisione funesta del Consiglio di Sicurezza a favore di una "zona di esclusione aerea in Libia". In questo comunicato, essi definiscono nel seguente modo cosa intendono per "intervento straniero", in opposizione a quello che considerano "un vero appoggio alla causa del popolo":

"Se la NATO e in realtà l'ONU avessero voluto appoggiare e proteggere i ribelli, avrebbero potuto agire altrimenti. Avrebbero potuto inviare direttamente armi ai ribelli e mezzi antiaerei a Bengasi, Alzentan e Zintan vicino alla frontiera con la Tunisia, avrebbero potuto paracadutare armi e rifornimenti ai ribelli assediati a Ajdabiya e Misrata. Avrebbero potuto offrire aiuto medico e seguire l'esempio di molti medici libici in esilio che sono rientrati precipitosamente in patria per offrire aiuto ai feriti. Avrebbero potuto semplicemente riconoscere il Consiglio Nazionale, basato a Bengasi, come governo legittimo della Libia".

"Allora, dove sta la giustificazione dell'intervento? Con 39,1 milioni di barili di riserve di petrolio di alta qualità e col prezzo del petrolio in aumento sopra i 105 dollari al barile, le compagnie petrolifere occidentali sono entusiaste di mantenere il loro accesso ai campi di petrolio della Libia. La BP ha grandi investimenti lì, ma Italia e Spagna sono grandi compratori di petrolio libico e le imprese europee più importanti operano in Libia, compresa la spagnola Repsol, l'italiana Eni, la francese Total, la tedesca Wintershall ed OMV dell'Austria. Come per l'Iraq, non possiamo ignorare che la questione del petrolio occupa un posto preponderante in questo intervento militare". [7]

Allora, cos'è una guerra imperialista per questi contemporanei filistei piccolo-borghesi? Che cos'è per loro un "intervento straniero?"

Evidentemente, non considerano il rifornimento di armi, le informazioni e l'addestramento militare ai presunti "ribelli" una forma di intervento. Ossia, il lancio di missili Tomahawk dai droni Predator è un intervento straniero, ma rifornire la milizia del CNT degli stessi Tomahawk non lo è!

Inoltre, secondo i parolai del nostro tempo, neanche i costanti appelli dei cosiddetti ribelli libici per un intervento militare, in modo particolare per gli attacchi aerei, sin dall'inizio della rivolta, sono da considerarsi come la richiesta di un intervento militare straniero.

Hanno provato vergogna, questi filistei piccolo-borghesi, dopo avere letto i resoconti su come è caduta Tripoli? Questa storia è stata raccontata dalla Reuters, cioè uno dei principali propagandisti bellici fra i principali media [8]. E' stata scritta per ostentare il modo in cui i "ribelli" lavorarono in collaborazione con le capitali occidentali e dà conto abbastanza dettagliatamente delle intime relazioni tra queste e la milizia del CNT, per esempio su quante volte si riunirono all'Eliseo, di come fecero pervenire le informazioni militari in modo che gli aerei della NATO bombardassero gli obiettivi prima di lanciare le operazioni di terra, ecc.

Sanno, i nostri parolai, che i paesi imperialisti che adottarono la Risoluzione n. 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite erano gli stessi che diedero al Consiglio di Transizione Libico legittimità internazionale, addestrarono la sua milizia armata, inclusi i mercenari di Al Qaeda nelle montagne occidentali ed in altri posti?

Opporsi all'intervento diretto della NATO in nome della "pace" mentre si appoggia la guerra per procura combattuta negli interessi dell'imperialismo: questa è la modalità degli opportunisti di oggi. Può essere che siano arrossiti un po', apprendendo le notizie su Tawergha dopo la "rivoluzione", perfino dai media occidentali come la BBC; per questo hanno così iniziato a scrivere sulla Siria:

"Qualunque intervento militare dell'Occidente peggiorerà solo le cose. L'anno scorso l'intervento militare della NATO in Libia servì solo a peggiorare la violenza, con stime che già superano i 30.000 morti e le orribili storie delle ONG indipendenti sui continui massacri di rappresaglia e le torture. La città di Tawergha, a sud di Misurata, la casa di 30.000 neri in larga misura africani, è stata quasi annichilita. L'invasione e l'occupazione occidentale dell'Iraq e dell'Afghanistan hanno portato violenza indicibile e conseguente sofferenza alla gente di lì".

"Qualsiasi cosa accada in Siria, lo IAWM non può appoggiare in alcun modo nessun intervento militare da parte delle potenze occidentali. I popoli di Egitto e Tunisia hanno dimostrato al mondo di essere capaci di abbattere i dittatori sostenuti dall'Occidente, senza aiuto dell'Occidente. I leader occidentali devono smettere di intromettersi nella Primavera araba e permettere alle genti di quella regione di scegliere il proprio futuro. La migliore maniera di aiutare il popolo siriano è che essi ritirino il loro appoggio ai regimi dispotici del Bahrein e dell'Arabia Saudita." [9]

Solo ora scoprono la "violenza" in Libia e che l'intervento della NATO ha "peggiorato" le cose! Eppure, la stessa organizzazione appoggiava la fornitura di armi, mezzi finanziari e riconoscimento agli autori di questa violenza. Guardando la Siria, dopo la vergogna della Libia, ancora una volta vedono - e vogliono che gli altri vedano -, una pura violenza. Ma la violenza di chi? Di Beshar al Assad? Degli alauiti? O la violenza dei mercenari islamisti appoggiati dall'Occidente?

"No all'intervento straniero, sì ai 'rivoluzionari' che versano il loro sangue a libro paga delle capitali occidentali!" E se osate dire che queste sono solo due facce della stessa medaglia, sarete additati come assadisti o gheddafisti.


La domanda rimasta senza risposta: di chi è questa guerra?

Il cosiddetto Movimento irlandese contro la guerra è solo un esempio tra molti. La linea di pensiero comune si basa sulla stessa falsificazione e/o inganno sulla natura del disastro in corso nel Medio Oriente. Per meglio dire, la questione principale è la risposta ad una domanda molto semplice: di chi è questa guerra?

Permettetemi di citare un altro esempio di come questa falsificazione e/o inganno viene offerta da ben noti accademici "di sinistra". Questo è Gilbert Achcar che parla con il giornale libanese Al Akhbar:

"Cosa vogliono gli USA dalle rivoluzioni arabe? Sono in coda al treno, a bordo, o davanti"?

"GA: certamente gli Stati Uniti non sono davanti al treno. Washington ed il suo alleato, lo stato sionista, erano e continuano ad essere eccessivamente preoccupati per i cambiamenti nel mondo arabo. Sappiamo dalla stampa israeliana che si preoccupano perfino per il regime siriano, perché almeno garantisce una certa stabilità. Tuttavia, gli USA non erano del tutto sorpresi da quanto accaduto". [10]

Eccone un altro, Alex Callinicos del Partito Socialista dei Lavoratori, che critica l'analisi di Tariq Ali sulla situazione siriana come una "ricolonizzazione":

"L'idea che la Siria stia venendo "ricolonizzata" implica che eliminare il regime di Assad era una priorità occidentale già da molto tempo. Ma non c'è prova di ciò. Sotto il padre di Bashar, Hafez, lo stato siriano si impose come gestore del capitalismo, brutale ma fidato." [11]

Continua notando che, nonostante l'"esplosione" in Siria abbia incoraggiato gli oppositori regionali ed occidentali al regime siriano, le possibilità dell'invio di truppe e perfino la copertura aerea ai "ribelli" sono remote. Poi si giunge alla seguente conclusione:

"La lotta ha tutte le caratteristiche di una sollevazione armata estemporanea e disperata. Possiamo discutere se fosse conveniente politicamente per i ribelli militarizzare tanto presto la lotta. Possiamo dispiacerci dell'assenza dell'azione indipendente della classe lavoratrice che è stata tanto importante nella rivoluzione egiziana."

"Ma la forma in cui la sua omologa siriana si è sviluppata tanto rapidamente in guerra civile non cambia il fatto che le sue radici si trovano nella rivolta popolare". [12]

Un altro esempio, questa volta dall'altro lato dell'Atlantico.... E' Immanuel Wallerstein che parla:

"Tuttavia, io non credo che fra un anno o due ci troveremo senza Assad o con il regime profondamente cambiato. La ragione è che chi sta accusandolo in modo più forte, in realtà, non vuole che vada via."

"Sì, gli israeliani continuano ad essere ossessionati dall'Iran. E sì, la Siria baathista continua ad essere un potere amico dell'Iran. Ma in fin dei conti, la Siria è stata un vicino arabo relativamente tranquillo, un'isola di stabilità per gli israeliani. Sì, i siriani aiutano Hezbollah, ma anche Hezbollah è stato relativamente tranquillo. Perché gli israeliani correrebbero il rischio di una turbolenta Siria post-baathista? Chi dopo eserciterà il potere, non vorrà accreditarsi ancora di più espandendo la jihad contro Israele? La caduta di Assad non porterebbe a turbare la relativa calma e stabilità di cui ora il Libano sembra godere e questo non finirebbe per rinvigorire un rinnovato radicalismo di Hezbollah? Israele ha molto da perdere e non molto guadagnare dalla caduta di Assad".

(…)

"Ma non è esattamente quello il motivo per cui Obama ed i suoi consiglieri non vedono buone possibilità? Furono trascinati dentro l'operazione libica. Gli USA non hanno perso molte vite, ma come risultato hanno ottenuto un reale vantaggio geopolitico? È qualcosa di meglio il nuovo regime libico, se si può dire che c'è un nuovo regime libico, o è il principio di una lunga instabilità interna, come in Iraq "?

"Allora, quando la Russia pose il veto alla risoluzione dell'ONU sulla Siria, posso immaginare un sospiro di sollievo a Washington. La pressione per dare inizio ad un intervento come in Libia era saltata. Obama era protetto dall'insistenza repubblicana sulla Siria dal veto russo. E Susan Rice, l'ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, poté dare tutta la colpa ai russi. Erano "ripugnanti", disse così, diplomaticamente". [13]

Dopo avere letto queste dichiarazioni, ritorniamo alla domanda originale: di chi è questa guerra?

Secondo questi accademici "di sinistra", non è assolutamente la guerra dell'imperialismo. Secondo Achcar, la migliore descrizione di quanto sta accadendo è un "processo rivoluzionario". Secondo il suo collega Callinicos, è una "rivoluzione" con radici nel sollevamento popolare. Secondo i tre (e in realtà per molti altri nel mondo accademico occidentale), ci sono discrete aperture per il futuro prossimo e l'imperialismo sta semplicemente tentando di portare il processo sotto il suo controllo.

Pertanto la formula di questi signori è questa: non date credito alla "retorica antimperialista" della sinistra; non date credito agli "orientalisti" e "islamofobi" che si lamentano degli estremisti islamici, i salafiti, Al Qaeda ecc; appoggiate la "rivoluzione", poiché trae origine da cause popolari malgrado non sia diretta da una genuina forza di classe.

Esaminiamo brevemente questa formulazione:

1. È semplicemente retorica antimperialista superficiale?

Quali fattori occorre cercare per capire se un processo in corso si adatta agli interessi dell'imperialismo, pertanto manipolato ed orientato dai centri imperialisti? Probabilmente, in primo luogo, va accertato se le reazioni, su una chiara base di classe, all'imperialismo e alla dominazione capitalista si stanno intensificando oppure no. In seguito, si verifica lo stato delle forze posizionate contro gli interessi dell'imperialismo per ragioni contingenti e politiche. Insieme a questo, si deve verificare come le alleanze e le strutture di collaborazione dell'imperialismo si stiano trasformando.

In considerazione di questi tre criteri, cosa vediamo puntando l'attenzione sugli avvenimenti nel Medio Oriente degli ultimi due anni?

Possiamo affermare che i lavoratori della regione stiano portando a termine una guerra più cosciente, massiccia e più forte contro l'imperialismo e le potenze del capitalismo? Per meglio dire, possiamo dire che i lavoratori di Egitto, Tunisia, Libia, Siria, ecc., dopo tutti questi avvenimenti, sono ora più vicini a diventare una classe cosciente di sé? Benché si possano citare vari risultati parziali in Tunisia ed Egitto, nessuno può dare una risposta soddisfacente alla domanda di come il rovesciamento dei regimi dittatoriali possa retroagire positivamente sull'organizzazione della classe operaia e delle lotte, anche in questi due paesi. Al contrario, si osserva che in questi paesi le norme borghesi sono state "restaurate", conservando lo scheletro degli antichi regimi. Nella regione ora abbiamo nuovi ordini capitalisti con maggiori vantaggi. Ora hanno più vantaggi poiché i principali media occidentali, i serbatoi di pensiero, ecc., con la partecipazione degli intellettuali "di sinistra", hanno concesso loro l'etichetta di "rivoluzionari". Come abbiamo sottolineato in un opuscolo edito recentemente [14], qualunque forza politica che prenda il potere con una rivoluzione sociale è legittima. Cosicché è concessa loro una grande legittimità da tutti gli apparati delle potenze occidentali. Pertanto, ora abbiamo poteri politici borghesi che sono sostenuti dalle basi popolari delle organizzazioni islamiste ed attrezzate degli strumenti ideologici dell'islamismo sia per dominare le proprie classi lavoratrici, sia per perseguire i propri scopi rispetto ai popoli della regione.

Dunque, quali sono le implicazioni di questi rinnovati poteri borghesi dal punto di vista delle alleanze e delle strutture di collaborazione dell'imperialismo nella regione? Gli intellettuali "di sinistra" che affermano che Israele non gradisce gli avvenimenti nella regione, si accorgono che lo stesso Israele, dopo trenta anni, sta accelerando le sue operazioni militari (ufficiali) nella penisola del Sinai come segno del suo "malcontento"? O è solo un riflesso del gran vuoto aperto davanti a Israele, nel quale sta ora manovrando? È tanto difficile comprendere che, dopo questi avvenimenti, Israele ha colto l'opportunità di fare a pezzi la struttura di alleanze dell'Iran, situazione che neanche si poteva immaginare due anni fa? D'altra parte, non significa niente quando i funzionari dello stato sionista fanno dichiarazioni sulle presunte armi chimiche del regime siriano e le usano come pretesto per un possibile intervento? Non significa niente quando minacciano Siria, Libano e Iran di un intervento militare senza quasi nessuna reazione contraria dal resto del mondo?

Diamo un'occhiata alla Turchia.... Sì, il governo dell'AKP (Partito di Giustizia e Sviluppo) è stato bellicista a tal punto da far saltare i nervi all'amministrazione USA prima delle elezioni presidenziali. È rilevante anche che abbia assunto rischi non calcolati, come si vede dagli sviluppi nella regione curda della Siria e dalle tensioni crescenti tra la popolazione alauita della Turchia. Tuttavia, chiunque abbia una minima idea della Turchia può vedere che questo governo è convinto che i suoi deliri neo-ottomani, sui quali ha investito gran parte dell'ultimo decennio, abbiano finalmente l'opportunità di divenire realtà con la cosiddetta "Primavera araba". Il governo dell'AKP non è preoccupato per gli avvenimenti nella regione, ma è preoccupato dei possibili ostacoli al ruolo che vuole giocare. Coloro che acclamavano Erdogan due anni fa per la sua "posizione contro l'Israele" dovrebbero pensare a come lo stesso Erdogan si sia trasformato in figura politica che ordisce "piani operativi" contro la Siria insieme ai suoi alleati della NATO.

2. Chi è orientalista?

In Tunisia ed Egitto, la Fratellanza Musulmana ha preso il potere. In Libia, una più larga e complessa coalizione di islamisti ha preso il potere. In Siria, la forza politica più vicina a prendere il potere politico è anch'essa islamista. È certo che, in alcuni di questi paesi, le organizzazioni islamiste hanno una forte base popolare, in larga misura di carattere plebeo, povero e popolare. Tuttavia, i nostri intellettuali "di sinistra" che celebrano la vittoria degli islamisti sembrano dimenticare che il movimento islamista, come attore politico in questi territori, è stato anche parte dell'antico status quo. Pertanto, la seguente logica è la stessa logica dell'orientalismo: gli islamisti non hanno mai preso il potere in Egitto, Tunisia, Siria o Libia, ma hanno un appoggio di massa e per questo hanno assunto la rappresentanza degli oppressi. È una visione orientalista poiché ritrae il Medio Oriente dal punto di vista straniero, sulla base di presunzioni e pregiudizi. Si tratta di un'immagine, di una costruzione mentale della geografia politica della regione, poiché il movimento islamista è stato una componente della struttura di potere e delle ideologie ufficiali della regione in molti frangenti, solo che le stesse organizzazioni islamiste non erano giunte al potere prima degli ultimi due anni.

Un'altra conseguenza dell'orientalismo puro è classificare tutta l'eredità dell'illuminismo nel Medio Oriente come esterna, aliena, come qualcosa di imposto dai regimi dispotici. Tuttavia, questa area geografica ha una profonda tradizione di movimento di classe, un patrimonio di lotta antimperialista, anticolonialista, antisionista. La credenza che in Medio Oriente i poteri popolari possano essere costruiti solo da forze islamiste è puro orientalismo.

Pertanto, l'idea che la sconfitta del movimento operaio, ancora prima di avere creato una vera rappresentanza ed organizzazione dei propri interessi, sia abbastanza normale per quest'area è ancora un altro riflesso della visione orientalista. Essa suppone implicitamente che le forze della classe operaia nel Medio Oriente possano essere solo una componente della "lotta popolare democratica" contro le dittature, il neoliberismo, ecc. Pertanto, si giudica sufficiente etichettare questi processi come "movimenti del lavoro" ed i cambiamenti di regime come "rivoluzione", solo perché le masse lavoratrici hanno partecipato a tali azioni. Tuttavia, neanche i movimenti puramente borghesi potrebbero compiere una restaurazione su tale scala senza assicurarsi in una certa misura la partecipazione e l'appoggio delle masse lavoratrici.

3. Ci può essere rivoluzione della classe operaia senza organizzazione operaia?

Ai fini pratici, il seguente è un caso strano da difendere: certi intellettuali occidentali "di sinistra", del genere di Achcar, Wallerstein e Callinicos, parlano di "rivoluzione", "processo rivoluzionario" o "sollevazione popolare". Tuttavia, non ci sono indizi reali che mostrino che l'organizzazione della classe operaia si sia maggiormente sviluppata dove si è prodotto un cambio di regime. Allora, su quali basi si definiscono questi avvenimenti come una "rivoluzione", quando la classe operaia non è potuta avanzare nel livello di organizzazione economica e politica, e men che meno prendere il potere politico?

Un'altro problema è che non si fa una distinzione qualitativa tra gli avvenimenti in Tunisia ed Egitto e quelli accaduti dopo. Le grandi masse hanno partecipato agli eventi in Tunisia ed Egitto. Tuttavia, in Libia non si può parlare di un "movimento popolare", né all'inizio, né alla fine del processo. C'è stata solo un'operazione ben progettata, portata a termine dalle potenze imperialiste e dai loro complici.

Anche in Siria è difficile dire da che parte sta "l'appoggio popolare". È sufficiente guardare i rappresentanti della cosiddetta "opposizione siriana" per vedere quest'ambiguità lampante: ex ufficiali dell'esercito di Assad; jihadisti che hanno combattuto in Iraq, Afghanistan, Libia, ecc; Fratelli Musulmani, la cui base popolare è molto più ristretta in paragone ai loro omologhi egiziani; ex diplomatici, accademici, politici, ecc, che in maggioranza risiedono nei paesi occidentali... Costoro sono quelli che rappresentano la cosiddetta opposizione siriana in generale.

D'altra parte, da marzo 2011 abbiamo visto molte manifestazioni popolari a sostegno del regime baathista, il cui carattere di massa non può essere negato dai mezzi di comunicazione occidentali. E' praticamente di dominio pubblico che gli alauiti, i cristiani, la maggioranza dei curdi, perfino la maggioranza dei sunniti poveri che vivono nella periferia di Aleppo e Damasco, non appoggiano i "ribelli".

Ovviamente, questi fatti non "dimostrano" che questi settori della popolazione siriana appoggino indiscutibilmente Bashar al-Assad. Questa è un'altra prova di come la cosiddetta "sollevazione popolare" abbia minato la possibilità di sviluppo di un vero movimento di massa contro il regime baathista. La maggioranza del popolo siriano si sente ora obbligata a schierarsi con lui a causa della guerra sporca intrapresa dalle potenze occidentali contro il loro paese ed il loro futuro. Allora, che tipo di sollevazione "popolare" è questa?


L'opportunismo oggi e l'opportunismo 100 anni fa

Per strano che sembri, il mondo sta passando per un processo simile a quello di quasi 100 anni fa. Gli opportunisti raccolti nella Seconda Internazionale appoggiarono la guerra imperialista per la spartizione e ripartizione del mondo. Accamparono scuse in nome della propria borghesia, assentirono alle parole d'ordine del falso "patriottismo" ed internazionalismo per difendere gli interessi dei loro imperialisti. Dentro il movimento della classe operaia, funzionavano come i diplomatici degli stati imperiali.

Quasi 100 anni più tardi, in condizioni stranamente simili di profonda crisi capitalista e di guerre di aggressione, vediamo l'opportunismo dei nostri giorni fare la stessa cosa. Vediamo gli Achcar, invece dei Kautsky, come patrocinatori dei cosiddetti "ribelli siriani" nella loro strategia politico-militare. Vediamo ora i Bisky e Mélenchon sottoscrivere le risoluzioni dell'imperialismo europeo progettate per un intervento militare in Libia.

Costoro gridano come grida il Partito della Sinistra Europea: "No all'intervento straniero, no alle no-fly zone, no alla NATO". Molto bene, ma in realtà...

Dichiarano che intensificheranno i loro sforzi per aiutare le forze sociali e politiche democratiche, progressiste e di sinistra in Siria a raggiungere soluzioni giuste e pacifiche nel conflitto sociale e politico, che prenderanno posizione in ogni ambito internazionale, nel Parlamento europeo, nei parlamenti nazionali, nell'UE, fra i movimenti sociali, ecc., al fine di evitare le strategie militariste contemplate dalle forze imperialiste. [15]

Molto bene di nuovo...

Tuttavia, ci si domanda ancora: ma dove stavano i vostri principi e impegni per prevenire tutte le "strategie militariste" quando i vostri leader dicevano "sì" alla risoluzione sulla Libia del 10 marzo 2011, che dichiarava che "nessuna delle misure possibili previste dalla Carta delle Nazioni Unite può essere scartata" e chiedeva al rappresentante per gli Esteri dell'UE adoperarsi per "una possibile decisione nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU per l'adozione di nuove misure, come l'imposizione di una zona di esclusione aerea"?

Ci si domanda, a maggior ragione: cosa intendete per "strategie militariste" e per "intervento straniero"? E' semplicemente l'imposizione di una zona di esclusione aerea, o include la fomentazione, l'addestramento e l'appoggio con tutti i mezzi delle milizie armate contro un paese?

Note

[1] MacFarquhar, N., "As Syrian war drags on, jihadists take bigger role", The New York Times, 29 Luglio 2012.

[2] "Irish Libyans join rebels trying to oust Gadafy" Irish Times, 13 agosto 2011.

[3] Ibid.

[4] "Tinker raiders, soldier, spy", Sunday World, http://www.sundayworld.com/columnists/index.php?aid=9335

[5] Il 28 marzo 2011, in un comunicato stampa dell'IAWM leggiamo: "Se i vicini della Libia, Egitto e Tunisia prestassero il loro appoggio militare, logistico e pratico ai ribelli in Libia, questo aiuterebbe in seguito i popoli arabi a prendere il controllo delle loro rivoluzioni. Il migliore uso che l'Egitto potrebbe fare dei 1,3 miliardi di dollari di aiuto militare che riceve dagli USA sarebbe armare i ribelli libici. Queste misure potrebbero aiutare ad evitare un risultato, che sembra il più probabile, a favore dell'Occidente: la divisione del paese, con un est controllato dai ribelli ed il resto controllato da Gaddafi". Irish Anti-War Movement protest: Nato bombing and the no-fly zone", http://irishantiwar.org/node/1209

[6] Lenin, V.I, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Opere scelte, vol.2, Edizioni in lingue estere, Mosca 1948.

[7] "Irish Anti-War Movement protest: Nato bombing and the no-fly zone", http://irishantiwar.org/node/1209

[8] Nakhoul, Samia, "Special report: The secret piano to take Tripoli", Reuters, 6 settembre 2011, http://www.reuters.com/article/2011/09/06/us-libya-endgame-idUSTRE7853C520110906

[9] "Irish Anti-War Movement: Statement on Syria", 19 febbraio 2012, http://irishantiwar.org/node/1618

[10] Charif, Dima, "Gilbert Achcar: The revolution ha just begun", Al Akhbar, 24 agosto 2012.

[11] Callinicos, Alex, "The revolution in Syria is rooted in popolare uprising", Socialist Worker, No. 2313, 28 Luglio 2012.

[12] Ibid.

[13] Wallerstein, Immanuel, "The Syrian Impasse", 15 febbraio 2012, http://www.iwallerstein.com/syrian-impasse /

[14] questo scrivevamo nel dicembre 2011:
"Perché l'imperialismo vuole utilizzare il concetto di "rivoluzione"? Non è rischioso tenendo conto della grave crisi attuale del capitalismo?
Crediamo che ci sia una risposta semplice a questa domanda: perché qualunque potere politico che "arriva" con una rivoluzione è legittimo... cioè, la conquista del potere politico con una rivoluzione implica necessariamente il consenso delle grandi masse, che a sua volta implica legittimità.
Pertanto, l'imperialismo ha visto l'opportunità di creare per sé degli affiliati più legittimi nella regione, manipolando con successo il concetto di rivoluzione. Da un punto di vista differente, gli imperialisti hanno intrapreso il rischio di giocare la "carta della rivoluzione" poiché è molto più credibile in considerazione della situazione attuale dell'imperialismo capitalista. Ancora una volta, stanno soffocando i bisogni essenziali, legittimi e giusti delle masse lavoratrici al proprio interesse, ma questa volta creando l'illusione di essere dalla parte delle masse lavoratrici"... (La posizione politica del Partito Comunista di Turchia sugli avvenimenti nel mondo arabo e Medio oriente", dicembre 2011.)

[15] la dichiarazione del Partito della Sinistra Europea, "We are against NATO and any other military intervention in Syria", 14 gennaio 2012, Berlino.

 

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