L’intensificazione degli antagonismi imperialisti nella regione del Mediterraneo sudorientale e dei Balcani. La posizione del KKE sulla possibilità di coinvolgimento della Grecia in una guerra imperialista

  • 06/11/14 19.30

«La guerra non scoppia per caso, non è un “peccato”, come pensano i preti cristiani (che predicano il patriottismo, l’umanitarismo e la pace non peggio degli opportunisti), ma una tappa inevitabile del capitalismo, una forma della vita capitalistica, legittima come la pace. Ai nostri giorni la guerra è una guerra di popoli. Da questa verità non consegue che si debba seguire la corrente “popolare” dello sciovinismo, ma consegue che le contraddizioni di classe che lacerano i popoli continuano a esistere e si manifesteranno anche in tempo di guerra, anche in guerra, anche in forma militare.»* V. I. Lenin

 

Il Partito Comunista di Grecia (KKE), che rimane fedele al marxismo-leninismo e all'internazionalismo proletario, tratta con questo approccio la questione dell'imperialismo e della guerra. La possibilità della guerra e il coinvolgimento della Grecia in essa, è stato un tema di particolare importanza nell’ultimo Congresso del KKE, il 19° (11-14 aprile 2013). Di fronte a questa possibilità nella risoluzione politica sono state date indicazioni importanti per quanto riguarda la preparazione del Partito, dal momento che tutti gli sviluppi danno ragione pienamente a Lenin, il quale ha sottolineato che la guerra è una «fase inevitabile del capitalismo, una forma di vita capitalista normale tanto quanto la pace». La “pace” imperialista prepara nuove guerre imperialiste. Il KKE non si limita soltanto a ripetere le verità leniniste, ma le usa come base per analizzare gli sviluppi socio-economici e politici specifici della regione del Mediterraneo sudorientale e dei Balcani, sviluppi esplosivi e molto pericolosi per la vita dei lavoratori. L’articolo affronterà questo approccio del KKE.

 

1. La regione è una “calamita” delle contraddizioni inter-imperialiste

La regione dei Balcani (che oggi conta 11 Stati oltre al protettorato del Kosovo) nel 19° secolo era considerata la “polveriera” d’Europa, a causa delle forti contraddizioni e dei conflitti militari, dietro i quali le grandi potenze del tempo cercavano di manovrare per trarre profitto dalla crisi dell’impero ottomano feudale e dall’emergere al suo posto di stati nazionali borghesi, i cui confini erano messi costantemente in discussione. In realtà una situazione simile è sorta nel territorio dell’Impero Ottomano in Medio Oriente dopo la Prima Guerra mondiale, dove erano stati introdotti e si rafforzavano i rapporti di produzione capitalistici e si erano tracciate nuove frontiere. Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono stati creati nuovi stati borghesi “nazionali” (circa 20) e si intensificarono le contraddizioni tra le Potenze.

Negli ultimi anni, dopo gli avvenimenti contro-rivoluzionari e il rovesciamento del socialismo in URSS e nei paesi dell’Europa orientale, la regione del Mediterraneo sud-orientale (Medio Oriente) e dei Balcani, ha subito l’intervento imperialista in Jugoslavia[1], in Iraq[2]e in Libia[3]. Mentre dal 2011 a oggi, si sta sviluppando un intervento imperialista di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna in Siria, dove –col sostegno principale di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, ecc. – cercano di rovesciare il regime di Assad, ancora una volta col pretesto della “promozione della democrazia”. I lavoratori, e soprattutto i comunisti, non possiamo in nessun caso accettare che USA e NATO, che sono responsabili di tante dittature e massacri, diano a intendere di salvaguardare i diritti democratici e le libertà del popolo siriano. Né tanto meno si può credere che i re ei principi delle monarchie del Golfo siano interessati alla “democrazia” in Siria.

Ma cos’è che attrae l’intervento imperialista e la guerra nella nostra regione come una “calamita”?

La posizione geografica di questa regione, crocevia di tre continenti (Europa, Asia, Africa), crea oggettivamente importanti canali di comunicazione, sia per le attività economiche, sia per ragioni politiche e militari. Essi sono costituiti dal Canale di Suez, dal Bosforo, dal Golfo Persico, gli oleodotti e i gasdotti, che sono una rete in continua espansione, i grandi porti, le infrastrutture ferroviarie e stradali, gli elettrodotti, ecc. Vi sono le isole utilizzate dagli imperialisti come “portaerei” inaffondabili, per esempio Creta e Cipro, nonché decine di basi militari nella regione, occupate dagli Stati Uniti, dalla NATO e, in misura minore, dalla Russia.

Il controllo delle infrastrutture economiche, l’influenza politica e militare di ogni potenza imperialista nella regione, sono ulteriori “precondizioni” per avvicinarsi ad altre regioni che hanno o possono acquisire importanza strategica, come il Mar Caspio, il Caucaso, l’Africa eccetera. Anche quando non riescono a raggiungere queste “condizioni preliminari”, restano comunque interessati a che non lo raggiungano i loro antagonisti.

Come disse Lenin: «Per l'imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l'egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto a indebolire l'avversario e a minare la sua egemonia ».[4]

La regione ha importanti riserve di idrocarburi. Inoltre sono stati scoperti nel Mediterraneo orientale riserve che costituiscono il “pomo della discordia” per i monopoli energetici, poiché sono diventate redditizie, grazie allo sviluppo della tecnologia mineraria per lo sfruttamento di giacimenti a grande profondità e al significativo aumento dei prezzi del petrolio. Il controllo delle riserve energetiche della regione, che possono aumentare i profitti dei monopoli, è un altro importante fattore di acutizzazione delle contraddizioni nella regione.[5]

La battuta d’arresto storica nello sviluppo della lotta di classe dopo il rovesciamento del socialismo in URSS e in altri paesi dell’Europa centrale e orientale, la crisi del capitalismo e l’aggressività del capitale, la deregolamentazione dei mercati e la privatizzazione come caratteristiche della ristrutturazione capitalista creano una situazione nuova, che porta all’acutizzazione degli antagonismi e a riassestamenti. La borghesia dei paesi ex-socialisti (Europa centrale e orientale, Balcani, ex Unione Sovietica), così come quelli in cui vi è stato un ritardo significativo nello sviluppo del capitalismo (Nord Africa, Medio Oriente) ha l’obbiettivo di promuovere la modernizzazione e le ristrutturazioni borghesi che corrispondano alla base economica attuale, al fine di aumentare la redditività del capitale, l’incorporazione nel sistema imperialista e nelle sue organizzazioni (NATO, UE, ecc). Tuttavia questo obiettivo comporta contraddizioni interne e conflitti tra i diversi settori della borghesia di ogni paese, così come tra le grandi potenze imperialiste, in quanto nella regione si intensificalo sforzo di penetrazione, soprattutto economica, di altre potenze, come la Cina e la Russia. Cosicché i monopoli, utilizzando anche i meccanismi statali, si scontrano fortemente per ripartire e controllare le quote di mercato. Naturalmente questi conflitti inter-capitalistici possono essere nascosti sotto altri “mantelli”, come la “primavera araba”, usando le contraddizioni inter-borghesi interne le lotte e le aspirazioni dei lavoratori e delle masse popolari per i diritti politici, sindacali e democratici.

 

 

2. Nuovi affari nella regione, sullo sfondo dei vecchi

 

Da anni la regione è scossa da gravi problemi che ne affliggono lo sviluppo, come l’occupazione della Palestina da parte di Israele, il permanere dell’occupazione del 40% di Cipro da parte della Turchia, la “indipendizzazione” del Kosovo, le conseguenze dell’occupazione dell’Iraq da parte degli USA, l’occupazione di territori siriani e libanesi da parte di Israele, gli sviluppi in Iran dove coesistono la ricerca di un compromesso sulle armi nucleari e le minacce degli Stati Uniti e di Israele.

Nei Balcani e nel Mediterraneo orientale vivono una moltitudine di nazionalità e religioni, minoranze nazionali e religiose con forme e organizzazioni sociali pre-capitaliste negli stati esistenti. Naturalmente queste contraddizioni, che non sono state “assorbite” dallo sviluppo capitalistico, si riflettono anche nella sovrastruttura, nella relativa arretratezza della formazione di un sistema politico borghese rappresentativo. Ciò facilita la politica del “divide et impera”, la politica di agitazione delle questioni relative alle minoranze e ai confini creati dagli imperialisti per promuovere i loro piani. Questa situazione è utilizzata dalla borghesia anche per intrappolare i lavoratori nel recinto del nazionalismo e dell’espansionismo[6]. È vero che i cambiamenti dei confini, la frammentazione degli Stati non si fanno senza spargimento di sangue, senza il coinvolgimento degli interessi imperialistici antagonisti. Lo slogan che i manifestanti lanciano nei cortei antimperialisti in Grecia “Gli imperialisti si ripartiscono i nuovi territori e tracciano i confini con il sangue dei popoli” cattura la verità[7].

In questi casi le posizioni e le analisi di KKE sono ben noti. Per questo motivo ci concentriamo sugli ultimi argomenti.

Uno di questi è la “primavera araba”, come si sono caratterizzati gli eventi in Egitto e Tunisia, dove c’è una combinazione di fattori interni ed esterni, dove quelli interni sono predominanti. Questi hanno a che fare con l’attività di settori della borghesia, delle classi medie, che sono più coinvolti, e dei giovani in cerca di modernizzazione della base economica e di adeguamento del sistema politico parlamentare borghese all’economia capitalista sviluppata. Questo obiettivo mobilita anche le forze operaie.

Spesso, nuovi o vecchi settori della borghesia si intersecano con nuovi o vecchi alleati stranieri. Così questi sviluppi – la mobilitazioni, gli scontri –sono legati all’intervento dei grandi Stati imperialisti per un controllo più efficace della regione. In ogni caso, i piani degli Stati Uniti sul controllo del cosiddetto “Grande Medio Oriente” non sono noti.

Abbiamo visto che negli ultimi tre anni sotto l’influenza dell’acutizzarsi dei problemi popolari, da principio si organizzano grandi mobilitazioni operaie e popolari, sollevazioni in Tunisia prima e in Egitto poi, in cui le richieste di base sono state: affrontare la povertà, la disoccupazione, la corruzione, l’espansione dei diritti e le libertà democratiche, l’eliminazione dei regimi autoritari di Ben Ali e di Mubarak, i cui partiti erano membri dell’Internazionale socialista. Di conseguenza, in un primo momento, salirono al potere le forze del cosiddetto “Islam politico”, mentre in Egitto queste forze (“Fratelli Musulmani” col presidente Morsi) furono violentemente estromesse dal governo del paese dopo il colpo di stato militare, che ha approfittato delle condizioni che si erano formate con queste manifestazioni organizzate dalle forze borghesi e piccolo-borghesi, liberali e socialdemocratiche, che si erano temporaneamente riunite sotto l’“ombrello” della “laicità”. Sia nel primo che nel secondo caso, questi cambiamenti al vertice della sovrastruttura politica sono stati definiti arbitrariamente “rivoluzione”, il che ovviamente non corrisponde al vero, e questo lo dimostrano per i più scettici gli eventi dell’ultimo periodo.

È stato dimostrato che le lotte delle forze popolari contro la disoccupazione, la povertà, l’indigenza, la repressione di Stato, la corruzione, il saccheggio delle risorse naturali dei loro paesi da parte dei monopoli nazionali e stranieri, quando si limitano esclusivamente al rovesciamento di governi antipopolari e alla rivendicazione di diritti democratici e borghesi non ottengono il risultato sperato dal popolo. Ben presto le aspettative del popolo sono state negate dalle forze politiche che hanno prevalso nella cosiddetta primavera araba. Gli interessi popolari non possono essere soddisfatti né da parte del governo Morsi né dai Fratelli Musulmani, che hanno imposto una politica anti-operaia di sostegno dei monopoli, né dalla sezione della borghesia che ha sostenuto il colpo di stato militare e ha eletto come presidente della Repubblica il generale Sisi.

La crisi del sistema politico borghese in Egitto è anche collegata con gli antagonismi dei centri imperialisti per assicurarsi le risorse naturali della regione e le reti di  trasporto energetiche.

La borghesia dell’Egitto ha soluzioni alternative per salvaguardare i propri interessi; la carta dell’esercito e i cosiddetti movimenti religiosi sono alcuni tra essi. È necessario che la classe operaia, gli strati popolari poveri non si limitino solo a mandare via questo o quel governo, che non siano impelagati in soluzioni temporanee volte a preparare il prossimo governo antipopolare.

Gli eventi dimostrano che, quando la classe operaia non ha un Partito Comunista strategicamente indipendente dalla borghesia, il malcontento e la protesta popolare alla fine entrano a far parte dei progetti di riforma del sistema politico borghese.

Da più di tre anni si sta sviluppando un intervento imperialista in Siria, chiaramente legato agli altri sviluppi nella regione, come l’intervento della NATO e gli eventi in fase di sviluppo in Libia, così come in Iraq. È chiaro che gli eventi in Siria hanno le loro radici nel Paese, dal momento che la Siria è sulla strada dello sviluppo capitalistico e quindi da ciò derivano i problemi economici, sociali e politici che stanno di fronte alla classe operaia e agli altri settori popolari. Si tratta di problemi che sono peggiorati negli ultimi anni prima dell’intervento imperialista, a causa della politica di privatizzazione, riduzione dei diritti dei lavoratori e del popolo e degli stipendi, che è stata portata avanti a favore della borghesia nazionale.

Accanto alle reazioni popolari alle misure antipopolari, si è sviluppato l’aperto intervento imperialista da parte degli Stati Uniti, Unione europea, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Qatar etc. Ovviamente qualcuna delle potenze imperialiste è interessata a destabilizzare e indebolire le forze politiche borghesi dominanti del regime borghese siriano, che ha stretti rapporti con la Russia e che per proprie ragioni è entrato in conflitto con il “più fedele alleato” degli Stati Uniti nella regione, Israele, ed è alleato di altre forze che in Palestina, in Libano, lottano contro i vari piani imperialisti.

L’indebolimento delle forze guidate dal presidente Assad, magari fino al suo rovesciamento, facilita i piani imperialisti di un attacco contro l’Iran col pretesto del suo programma nucleare. Ciò può anche portare a nuovi smembramenti degli stati della regione e a un domino di destabilizzazioni e spargimento di sangue, che porterà nuove guerre e interventi imperialisti.

Facendo una breve rassegna storica, possiamo valutare che dopo la seconda guerra mondiale, grazie all’influenza dell’URSS, al suo contributo alla Vittoria Antifascista, alla superiorità del socialismo in termini di ricostruzione del Paese, alla formazione dei regimi socialisti in Europa dell’est, al crollo del colonialismo, si sono sviluppati processi positivi nei rapporti di forze internazionali. Naturalmente questi processi sono stati sopravvalutati dal movimento comunista, perché il sistema imperialista internazionale è rimasto forte e subito dopo la fine della guerra l’imperialismo, sotto l’egemonia statunitense, ha dato inizio alla “guerra fredda” e ha sviluppato un strategia per minare il sistema socialista e riorganizzare le proprie forze.

A quel tempo in un certo numero di paesi, come la Siria, prevalse la questione della conquista dell’indipendenza nazionale come prima condizione per superare il ritardo che dominava in tutti i settori della vita sociale. L’URSS e gli altri Stati socialisti hanno sviluppato una politica di cooperazione economica e di sostegno ai nuovi regimi, tra i quali la Siria, affinché non fossero assorbiti nel mercato capitalista internazionale, nelle unioni imperialiste, per rafforzare le forze all’interno del governo che si posizionavano a favore dell’”orientamento socialista”.

Questo sforzo dell’Unione Sovietica, di sviluppare rapporti economici e anche alleanze con alcuni stati capitalisti contro forti potenze imperialiste, era legittimo e comprensibile, dal momento che indeboliva il fronte unito delle forze imperialiste, almeno temporaneamente, utilizzando le contraddizioni nel campo imperialista.

I problemi sono sorti quando l’opzione contingente dell’URSS (come Stato), con le sue azioni di natura economica, diplomatica e quant’altro, è assurta a principio teorico, arrivando a parlare di “percorso di sviluppo non capitalista” in alcuni paesi, vincolando tali paesi all’idea che fosse possibile una transizione pacifica al socialismo. Questo ha portato le forze comuniste e di conseguenza il movimento operaio a diventare stampella delle forze borghesi.

Infatti, anche oggi alcuni interpretano male le parole di Lenin che «il capitalismo monopolistico di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo »[8] per giustificare il sostegno attivo e la partecipazione dei comunisti alla gestione borghese. Anche se queste persone interpretano il capitalismo monopolistico di Stato meramente come l’esistenza di un settore statale forte nell’economia e non come l’imperialismo, fase suprema del capitalismo, come lo aveva descritto Lenin, va sottolineato ancor di più che Lenin non ha mai chiamato i comunisti a contribuire da posizioni di governo o da altre posizioni alla gestione e al rafforzamento del capitalismo monopolista statale. Coloro che invocano questa frase particolare di Lenin per giustificare la loro partecipazione ai governi borghesi di “sinistra”, “patriottici”, ecc., l’hanno intesa in modo errato. Poche righe prima di questo passaggio, Lenin aveva scritto che «la guerra imperialista è la vigilia della rivoluzione socialista»[9]; tuttavia, questo non significa che i comunisti devono vedere con favore la guerra imperialista, o partecipare a questa parte della borghesia del proprio paese. Storicamente Lenin è stato colui che ha rialzato la bandiera dell’internazionalismo proletario contro la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale imperialista, una bandiera che era stata abbandonata dalla Seconda Internazionale.

Cosicché l’errata distinzione tra una sezione della borghesia “patriottica” e una sezione “asservita agli stranieri”, la partecipazione a governi borghesi possono portare il partito comunista e i lavoratori a lottare sotto una “bandiera altrui”. Lenin aveva avvertito di questo pericolo[10]. Inoltre la pratica ha dimostrato che non esiste una “terza via verso il socialismo”, così come non ci sono tappe intermedie tra il capitalismo e il socialismo. Questo si vede anche nel caso della Siria.

Segnaliamo questi punti, perché riteniamo necessario chiarire che la posizione del KKE contro l’intervento imperialista in Siria non significa una identificazione con il regime di Assad, né tantomeno la nostra opposizione a un attacco imperialista contro l’Iran significa che rinunciamo all’opposizione del nostro partito al regime borghese di questo paese.

Da comunisti ribadiamo la nostra posizione di rottura con le opzioni e i piani della borghesia del nostro paese, come la partecipazione della Grecia alla guerra imperialista. La nostra opposizione alla guerra imperialista, l’organizzazione della lotta del popolo contro il coinvolgimento del paese, contro l’uso del territorio, dei mari e dello spazio aereo del nostro paese come punto di partenza per l’attacco a un altro popolo, oggi è una questione cruciale, che ci dà la possibilità di mettere all’ordine del giorno la questione del potere, chiamando il popolo greco e gli altri popoli della nostra regione a organizzarsi per rovesciare la barbarie capitalista che porta alla guerra.

Inoltre, ci rendiamo conto che il movimento operaio rivoluzionario in Siria non può essere indifferente all’intervento imperialista straniero, che attualmente incombe sul paese, o per quanto riguarda i piani di occupazione e lo smembramento della Siria; non è possibile che non sia coinvolto nella resistenza contro l’intervento imperialista. Da questo punto di vista, esprimiamo la nostra solidarietà con la resistenza del popolo siriano contro l’intervento imperialista straniero e, allo stesso tempo, crediamo che questo possa avere un esito positivo solo se legata alla lotta per una patria  libera dai capitalisti, fuori dalle coalizioni imperialiste, una patria in cui la classe operaia possieda la ricchezza prodotta, in cui la classe operaia è al potere.

Gli ultimi avvenimenti in Iraq, con le attività del cosiddetto Stato Islamico (SI), che è stato sostenuto dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e, naturalmente, dagli Stati Uniti e da altre potenze in vari modi al fine di promuovere i propri interessi nella regione, possono fungere da catalizzatore per futuri sviluppi, non solo perché in grado di fornire il pretesto agli imperialisti per un nuovo intervento militare nella regione, ma anche perché per la prima volta dopo decenni stanno spianando la strada a un possibile cambiamento, temporaneo o permanente, nelle “alleanze” nella regione e una gestione diversa da parte di USA e UE, della borghesia iraniana e forse anche siriana. La posizione del movimento operaio e popolare anche in questo caso non può essere di supporto agli imperialisti contro gli oscurantisti “pupazzi”, che essi stessi hanno creato. Ciò che occorre è emancipare il movimento operaio dai piani borghesi-imperialisti nella regione, elaborare e tracciare la propria strategia, che però è reso difficile dalla mancanza in Iraq di un partito comunista forte con una strategia rivoluzionaria.

Naturalmente questa conclusione è valida anche per i pericolosi sviluppi nella nostra regione, intesa in senso più vasto, come in Ucraina. Un sanguinoso conflitto è scoppiato lungo la via di sviluppo capitalistico intrapresa da questo paese, con l’intervento della UE e degli USA negli eventi ucraini in aspra concorrenza con la Russia per il controllo dei mercati, delle materie prime e delle reti di trasporto del paese.

Il rovesciamento del governo di Yanukovich non rappresenta  uno “sviluppo democratico” in quanto il sostegno dell’Unione europea e degli Stati Uniti ha fatto emergere forze reazionarie, perfino fasciste, utilizzate da UE e USA per promuovere i loro obiettivi geopolitici nella regione eurasiatica.

Il KKE ha sottolineato che la soluzione per il popolo ucraino non è nell'integrazione dell'Ucraina alla Russia capitalista attuale. Il tentativo di dividere il popolo ucraino su base etnica e linguistica e di portarlo ad un massacro, con incalcolabili tragiche conseguenze per questo popolo e il suo paese, per scegliere una o l'altra unione interstatale capitalista, è totalmente estraneo agli interessi dei lavoratori. Ha espresso la convinzione che il popolo lavoratore dell'Ucraina deve organizzare la propria lotta indipendente, sulla base dei propri interessi e non in accordo a quale imperialista viene scelto da una o l'altra sezione della plutocrazia ucraina. Tracciare il cammino per il socialismo, che è l'unica soluzione alternativa ai vicoli ciechi della via di sviluppo capitalista. In ogni caso, il popolo ucraino ha sperimentato cosa significa il socialismo. In gran parte rimpiange le enormi conquiste sociali a disposizione della classe operaia e degli altri settori popolari.

Il KKE ha chiesto che il nostro paese non abbia alcun coinvolgimento, nessuna implicazione nei piani imperialisti della NATO, degli USA e dell'UE in Ucraina. Ha sottolineato che la crisi capitalista e le guerre imperialiste vanno di pari passo e il nostro popolo non ha alcun interesse nella partecipazione della Grecia a questi piani.

 

 

3. La crisi capitalista e l’acuirsi delle contraddizioni inter-imperialiste

L’esperienza storica mostra che sia la Prima che la Seconda Guerra mondiale sono state il risultato della grande intensificazione delle contraddizioni inter-imperialistiche per la ripartizione del mondo. Queste contraddizioni furono ulteriormente intensificate a causa dell’esistenza dell’Unione Sovietica in combinazione con la crisi economica capitalista mondiale (1929-1933). Gli sviluppi economici nel mondo capitalista di quel tempo furono analizzati nel rapporto del 18° Congresso del Partito comunista (b) dell’Unione Sovietica, poco prima dell’inizio della Seconda Guerra mondiale, il 10 marzo 1939, dove si evidenzia che: «Si capisce che la piega sfavorevole assunta dagli affari economici, non poteva non aggravare i rapporti fra le potenze. La crisi precedente aveva già imbrogliato tutte le carte e inasprito la lotta per i mercati di sbocco e le fonti di materie prime»[11].

Oggi il KKE ritiene che «con la profonda crisi di sovra-accumulazione di capitale del periodo 2008-2009, che in diverse economie capitalistiche, in realtà, non è stata superata. Questo processo avviene sotto l'impatto della legge di sviluppo capitalistico ineguale. Questa tendenza riguarda anche i livelli superiori della piramide imperialista (...)[12].Le contraddizioni interimperialiste, che in passato hanno portato a decine di guerre locali, regionali e a due guerre mondiali, continuano a determinare aspri scontri economici, politici e militari, indipendentemente dalla composizione o ricomposizione, dai cambiamenti nella struttura e nel quadro degli obiettivi delle unioni imperialiste internazionali, della cosiddetta nuova "architettura". In ogni caso, "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi", soprattutto nelle condizioni di una profonda crisi di sovra-accumulazione e importanti cambiamenti nei rapporti di forza nel sistema imperialista internazionale, in cui la ridistribuzione dei mercati raramente si verifica senza spargimento di sangue.»[13].

Il rapporto capitalismo-crisi-guerra porta alla crescita degli armamenti, alla creazione di nuove alleanze militari e all’aggiornamento di quelle precedenti, come la NATO. In questo periodo è necessario puntare il dito contro la gara di potenze capitaliste emergenti come Cina, Russia e India per sopperire alle loro carenze e aumentare la forza militare in corrispondenza al livello di influenza dei propri gruppi imprenditoriali. Tutto ciò intensifica ulteriormente le contraddizioni anche nella nostra regione, una regione di importanza fondamentale per la divisione del bottino delle enormi ricchezze e risorse energetiche[14] e delle vie di trasporto di merci. Lo scontro può, in un modo o nell’altro, estendersi in tutta la regione (Mediterraneo orientale, Medio Oriente e Nord Africa, Golfo Persico, Balcani, Mar Caspio).

 

4. La posizione della Grecia sugli antagonismi tra imperialisti nella regione

La Grecia, come Stato capitalista nella fase imperialista dello sviluppo capitalistico, da decenni è integrato nelle organizzazioni imperialiste della NATO (1952) e della UE (1981) e partecipa attivamente agli antagonismi interimperialisti che si sviluppano nella regione. Dopo il rovesciamento controrivoluzionario nei paesi balcanici la borghesia greca ha guadagnato e raggiunto un livello significativo di accumulazione ed esportazione di capitali sotto forma di investimenti diretti, che hanno contribuito al rafforzamento delle imprese greche e dei gruppi monopolistici. Le esportazioni di capitali si sono estese a Turchia, Egitto, Ucraina, Cina così come Gran Bretagna, Stati Uniti d’America e in altri paesi. La borghesia greca ha partecipato attivamente a tutti gli interventi nelle guerre imperialiste, come contro la Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, ecc.

Allo stesso tempo da decenni la borghesia del paese ha sviluppato un rapporto di concorrenza così come di cooperazione con la borghesia turca, che però ha definito una politica molto aggressiva nei confronti della Grecia e non riconosce la Convenzione internazionale sul Diritto del Mare (1982), mette in discussione molte regioni del Mar Egeo, note anche come “zone grigie”, non accettando che le isole greche facciano parte della piattaforma continentale e della Zona Economica Esclusiva (ZEE). Allo stesso tempo la borghesia turca pretende di utilizzare, come in altri paesi dei Balcani, le questioni della minoranza musulmana in Tracia occidentale. Tutto ciò porta a un aumento degli armamenti, nonché a tensioni nel Mar Egeo, “atti ostili”, scontri aerei ecc.

Inoltre la partecipazione della Grecia alla NATO e le dipendenze politico-economiche e politico-militari alla UE e agli USA restringono lo spazio per manovre indipendenti della borghesia greca, dal momento che tutti i rapporti di alleanza del capitale sono regolati da antagonismo, disuguaglianza e di conseguenza dalla posizione vantaggiosa dei più potenti, giungendo così a rapporti di interdipendenza disuguale.

Tuttavia non ci sono contrasti solo con la Turchia, ma anche con l’Albania, dove si rafforzano le forze politiche che avanzano rivendicazioni territoriali a scapito della Grecia, mentre alcuni ufficiali hanno fatto dichiarazioni, in merito alla priorità data dal nuovo governo albanese alla cooperazione strategica in fase di sviluppo con la Turchia. Contemporaneamente è stato annullato dalla Corte costituzionale albanese l’accordo sulle frontiere marittime dei due paesi.

Rimangono problemi con FYROM [Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, NdT] (dove il nazionalismo è alimentato tra entrambe le parti) rispetto al nome di questo paese, mentre è in attesa la determinazione della ZEE per quanto riguarda Egitto e Libia. Questi sono problemi che presentano le maggiori complicazioni rispetto ai rapporti tra questi paesi.

Così, sotto il segno del feroce antagonismo che si sta sviluppando nella regione, ci sono ancora molti “nodi in sospeso” e non è possibile escludere nulla, neanche una guerra imperialista.

Inoltre, tra gli sviluppi in atto nella nostra regione, dal punto di vista dei “piani operativi”, le basi militari della NATO in Grecia e Turchia, nonché in Medio Oriente, svolgono un ruolo importante. Le basi sono i punti di partenza per lanciare attacchi quando sono nella sua fase attiva, mentre sono utili per i rifornimenti, lo stazionamento e il sostegno globale delle azioni di combattimento. Gli imperialisti statunitensi dovrebbero pensarci due volte, prima di lanciare attacchi basati esclusivamente sulle loro portaerei e sui suoi bombardieri strategici che possono volare per ore, se non ci fossero le basi e le infrastrutture, come la base di Souda, l’aeroporto militare di Kalamata e altre basi nei Balcani e in Medio Oriente[15].

A questo punto va osservato che, dopo lo scoppio della crisi, è peggiorata la situazione capitalista dell’economia greca all’interno della zona euro, nella UE e nella piramide imperialista internazionale in generale. I governi borghesi greci, che prima della crisi avevano deciso insieme sulla ristrutturazione capitalista antipopolare all’interno della UE e hanno avviato la sua attuazione, hanno concordato un memorandum con la troika dei creditori (UE, FMI, Banca centrale europea) in base al quale si sono attuate nel paese dure misure antipopolari che riducono i salari e le pensioni, pongono il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori affinché si recuperino i ritmi della remunerazione del capitale.

Anche se non è raro che uno stato capitalista in crisi riceva aiuto e sostegno da parte dei suoi alleati internazionali, ciò ha “spinto” alcune forze politiche borghesi e opportuniste, come il partito dei “Greci Indipendenti”, la fascista Alba Dorata e la crescente forza socialdemocratica, SYRIZA, a parlare di “occupazione della Grecia”, “assoggettamento”, “scomparsa della sovranità”, “dipendenza”, ecc. Sotto questa luce si descrive anche la posizione del governo greco negli antagonismi tra imperialisti nella regione come “servile verso straniero” o “sottomesso”.

In realtà queste valutazioni omettono il fatto che la borghesia della Grecia con la partecipazione del paese al sistema imperialista (in base alla sua forza economica, militare e politica) obiettivamente per decenni ha ceduto alcuni diritti sovrani al fine di rafforzare la propria posizione, trarne vantaggio e reclamare la propria parte del “bottino” imperialista.

È indicativo che, nonostante la crisi capitalista, settori della borghesia del paese come il capitale marittimo, rimanga uno dei più potenti al mondo. Quindi la partecipazione della Grecia agli antagonismi imperialisti nella regione, a volte con la sua partecipazione attiva alle guerre e altre volte con il tentativo di formare “assi” (per esempio con Israele[16]) o con la remissività di fronte alle rivendicazioni della borghesia turca[17], non ha nulla a che fare con la “resa” e la “sottomissione” agli stranieri, ma con la posizione della Grecia nella “piramide” imperialista e il suo sforzo per ottenere ulteriori guadagni[18], e ogni volta i partiti di governo cercano nasconderla sotto il mantello dell’“interesse nazionale”. A questo punto è molto utile la nota di Lenin su ciò che fu in realtà l’“interesse nazionale” nel caso del Belgio di allora: «I borghesi belgi hanno investito all’estero circa tre miliardi di franchi; conservare i profitti derivanti da questi miliardi con ogni genere d’imbrogli e di furberie: ecco qual è in realtà l’“interesse nazionale” dell’“eroico Belgio”»[19]. Oggi il collegamento organico degli interessi della borghesia della Grecia con i piani imperialisti della NATO e dell’Unione europea sono simili e chiaramente più profondi.

 

 

5. Il movimento operaio e comunista davanti all’intensificazione delle contraddizioni inter-imperialiste e alla possibilità di una guerra imperialista

I comunisti prendono posizione sugli eventi in corso; essi non possono opporsi a tutte le guerre in generale. La guerra veramente giusta nei tempi moderni è lo scontro armato di classe per il potere, che è il compito dei comunisti. Questo è qualcosa che li distingue dai pacifisti. Giudicano ogni volta concretamente in base agli interessi di classe in conflitto, alle cause, alle potenze in gioco e agli obiettivi di ciascuna parte.

Le guerre imperialiste, le guerre per la conquista dei mercati, dei territori, del controllo politico diretto, sono tipiche dell’epoca contemporanea del capitalismo e esprimono la necessità di una nuova redistribuzione dei mercati, nuovi “accordi” di pace, in base al procedere dello sviluppo capitalistico ineguale.

Lenin all’inizio del 20esimo secolo, riferendosi alla Prima Guerra Mondiale, l’ha descritta come segue: «La guerra europea e mondiale presenta un ben definito carattere di guerra borghese, imperialista, dinastica. Una lotta per i mercati e per la rapina dei paesi stranieri, la volontà di stroncare il movimento rivoluzionario del proletariato e della democrazia all’interno dei singoli paesi, il tentativo d’ingannare, di dividere e di decimare i proletari di tutti i paesi aizzando gli schiavi salariati di una nazione contro quelli dell’altra a vantaggio della borghesia: questo è il solo contenuto reale, il solo reale significato della guerra».[20]

Oggi la borghesia, favorita anche dai negativi rapporti di forza internazionali, è passata a una “offensiva” ideologica, cercando di ottenere non solo una tolleranza passiva, ma anche il sostegno attivo ai piani imperialisti dalle masse operaie e popolari per quanto riguarda gli interventi e le guerre imperialiste. Pertanto si utilizzano, oltre all’argomento della difesa della “patria”, nuovi pretesti come la “promozione della democrazia”, le “ragioni umanitarie”, la “guerra contro il terrorismo”, la “lotta contro la pirateria”, la “non-proliferazione delle armi di distruzione di massa “, ecc.

È necessario che i Partiti Comunisti rafforzino la loro lotta contro tutti questi argomenti e in generale contro il tentativo della borghesia e degli opportunisti di disorientare i lavoratori e trasformarli in “carne da cannone” delle guerre imperialiste.

Vediamo alcuni degli argomenti basilari attualmente usati dai nostri avversari.

 

5.1. L’invocazione dell’“obbligo nazionale”

La classe borghese cerca di ingannare e convincere le masse operaie che la partecipazione del paese negli interventi imperialisti, nella preparazione e realizzazione di una guerra imperialista serva gli interessi della "patria", che è un "dovere nazionale". Questo viene fatto anche in condizioni di pace chiedendo il "consenso sociale" e l' “unità nazionale” affinché la "patria" possa essere più forte, così come in condizioni di guerra. In realtà, in entrambi i casi, in pace e in guerra, la borghesia chiede ai lavoratori di aiutare a migliorare la sua posizione nella "piramide" imperialista e promuovere i suoi interessi.

 

Inoltre, gli slogan si adattano alla fase in cui si trova il capitalismo (crescita o crisi capitalista). Ad esempio, attualmente in Brasile, che ha alti tassi di crescita capitalistica (anche se ultimamente tale crescita ha rallentato) l'appello della borghesia è che il paese si rafforzi e che "si liberi dalla dipendenza dell'imperialismo degli USA", mentre in Grecia, dove è in corso la crisi capitalistica, viene chiesto ai lavoratori di mandar giù le sue misure velenose affinché il paese possa raggiungere i mercati internazionali dei prestiti e in questo modo "recuperare" la sua "sovranità". Ma, soprattutto in condizioni di guerra imperialista si urlano slogan come "organizzazione patriottica unificata", "riconciliazione nazionale", “interesse nazionale”, si promuove la "specificità" o la "superiorità della nazione" contro le altre nazioni, ecc. Un tipico esempio in Grecia oggi è la base aeronavale Usa a Souda (sull’isola di Creta), che svolge un ruolo importante in diverse operazioni degli Stati Uniti e della NATO nel Mediterraneo, come è stata la guerra contro la Libia. I circoli ideologici e politici dominanti nel paese fanno uno sforzo per rafforzare la tesi che l’esistenza di questa base sia a favore degli interessi economici dei residenti dell’isola e che si debba avere il sostegno unanime per quanto riguarda la permanenza di questa base. Allo stesso tempo mettono a tacere e nascondono ai lavoratori le conseguenze e i pericoli per gli stessi lavoratori e per le famiglie popolari connessi con la base di Souda e la partecipazione della Grecia ai piani imperialisti. Pericoli e conseguenze svelate dal KKE.

 

5.2. L’UE e la NATO sono una “garanzia di sicurezza”

I partiti borghesi sostengono che la Grecia è un “piccolo paese” che “necessita alleanze internazionali” e promuovono la necessità della partecipazione della Grecia all’Unione europea e alla NATO, presentati come “garanti della sicurezza” del popolo greco, in particolare contro il pericolo della Turchia. Così giustificano e chiamano il popolo a sostenere la partecipazione del paese agli interventi e ai piani imperialisti dell’UE e della NATO.

In realtà l’adesione della Grecia a queste due organizzazioni imperialiste non è servito come garanzia per la sicurezza del Paese. Invece ha complicato le cose e costituisce la base per la diminuzione dei diritti sovrani del paese, cosa che serve ai governi borghesi per garantire la loro posizione in questi organismi e blindarla rispetto al movimento operaio-popolare.

 

5.3. La richiesta di “scioglimento della NATO”, invece del ritiro da questa

Vediamo che in tutti i casi le forze opportuniste con il loro atteggiamento servono da appoggio alla borghesia, sia in pace che in guerra. Per esempio, è indicativa la posizione tenuta dalle forze opportuniste nella guerra contro la Jugoslavia, quando attraverso i governi di centro-sinistra in Francia e in Italia hanno partecipato al bombardamento NATO. Ma in altri casi sono le forze che accettano e promuovono tra i settori popolari i pretesti imperialisti, come è accaduto recentemente, per esempio nel caso della Libia da parte delle forze del Partito della Sinistra Europea che partecipano al GUE / NGL .

Le forze opportunistiche di SYRIZA in Grecia che sono più “attente” a causa dell’esistenza, dell’attività e dell’influenza delle posizioni del KKE, hanno trovato la loro maniera per rispondere alla domanda di ritiro dal Paese delle unioni imperialiste, come la NATO. Pertanto, promuovono la richiesta di “scioglimento della NATO”.  Ma come si può dissolvere questo organismo imperialista se non lo si indebolisce con il ritiro da esso di ogni paese? Questo ritiro oggi, per essere una vera rottura di tutta l'unione imperialista, può essere garantito solo con il potere operaio. In realtà, la posizione degli opportunisti è generalmente pacifista e solo a parole si esprime contro la NATO; nella pratica non pregiudica affatto l'esistenza e l'attività dell'organismo imperialista della NATO, né la partecipazione di ciascun paese ai piani imperialisti.

Inoltre si fomentano il consenso e il disfattismo dal giudizio, tenuta anche da Syriza, che l’opposizione alla NATO non è all’ordine del giorno, perché non lo consentono i rapporti di forza, rimandandola deliberatamente a un vago futuro, come fanno gli opportunisti a proposito della questione della lotta per il socialismo, anche questo rimandato alle “calende greche”. La nostra valutazione è giustificata dai commenti del capo di SYRIZA: «Dico dalla profondità della mia anima; la Grecia fa parte della UE e la NATO, questo è indiscutibile.»[21]

 

5.4. L’UE deve essere “democratizzata” e il suo ruolo deve essere rafforzato, rafforzando la sua politica estera e di sicurezza comune

Come è noto, nel 2013 il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato alla UE. Migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno provato disgusto per questa decisione. Il nostro partito ha sottolineato che «questo premio è un atto di decadenza e orrore tanto per coloro che lo hanno dato quanto per coloro che lo hanno ricevuto», ricordando il ruolo dell’UE nelle guerre contro la Jugoslavia così come le più recenti.

Allo stesso tempo, le forze opportunistiche di SYRIZA sostengono che, se l’Unione europea si democratizzasse, se “cambiasse” attraverso la nascita di governi “di sinistra” e anche il suo ruolo si rafforzasse con il conseguimento dell’“indipendenza” dalla NATO e acquisisse “una ‘sua propria’ politica di difesa e di politica estera, allora diventerebbe un “attore di pace”, “si convertirebbe in  una forza mondiale” e dimostrerebbe di meritare questo premio.

Gli opportunisti cercano di ingannare i lavoratori, promuovendo un approccio senza riferimento di classe in merito alle unioni interstatali capitalistiche. Tuttavia è ben noto che l’Unione europea si è formata fin dall’inizio, come “Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA)” (1951) e come Comunità economica europea (CEE) (1957), per servire gli interessi del grande capitale. Per un più efficace sfruttamento dei lavoratori degli Stati membri e affinché i monopoli europei siano in grado di competere con i monopoli di altri centri imperialisti. Il KKE ritiene che l’Unione europea sia un costruzione reazionaria, predatoria, che non può essere trasformata dall’interno e diventare un “agente di pace”, perché ha nel suo DNA il profitto capitalistico, la causa di fondo che provoca in questi giorni le guerre imperialiste . L’appello di SYRIZA, che chiede al “lupo” di indossare i vestiti di pecora, è fuorviante.

 

5.5. La soluzione del “mondo multipolare”

Alcune forze vedono il capitalismo come l'"impero" degli USA e su questa base salutano l'emergere di nuove potenze capitaliste negli affari mondiali, così come l'emergere di nuove unioni interstatali di natura economica, politica e militare (i BRICS, la Shanghai Cooperation Organization, l’Organizzazione per il trattato di Sicurezza, l’ALBA, ecc.), costituite da Stati capitalisti. Questi sviluppi sono salutati come l'inizio di un "mondo multipolare" che "riformerà" e darà "nuova vita" all'ONU e alle altre organizzazioni internazionali, che sfuggiranno alla "egemonia" degli USA. Questi approcci concludono che in questo modo la pace sarà garantita nel quadro del capitalismo.

In realtà, le forze politiche di diverse tendenze ideologiche riconoscono le nuove contraddizioni inter-imperialistiche e il riordinamento nel sistema mondiale e caratterizzano come "democratizzazione" delle relazioni internazionali, come mondo "multipolare", la tendenza al cambiamento dei rapporti di forza venutosi a creare dopo il rovesciamento del socialismo nei paesi socialisti e l'espansione e l'intensificazione delle attività della NATO e dell'UE negli ultimi 20 anni. I nuovi rapporti di forze includono il rafforzamento di Germania, Russia, Cina, Brasile e di altri paesi.

Le loro diverse proposte come ad esempio l'allargamento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU con altri paesi o l'aumento del ruolo internazionale dell'UE o anche della Russia e della Cina negli affari internazionali, non possono disporre gli eventi su basi differenti. Questo perché non possono fermare gli scontri inter-imperialistici che si manifestano riguardo alle materie prime, all'energia e vie di trasporto, al conflitto per le quote di mercato. La competizione monopolista conduce a interventi militari e a guerre locali o generalizzate. Questo antagonismo si effettua con tutti i mezzi a disposizione dei monopoli e degli stati capitalisti che ne esprimono gli interessi; si riflette negli accordi inter-statali che sono costantemente in discussione a causa dello sviluppo diseguale. Questo è l'imperialismo, la fonte delle aggressioni, della guerra di minore o maggiore scala.

La discussione sulla “nuova governance democratica mondiale” con “trasparenza”, “partecipazione” e “solidarietà sociale”, sollevata da forze socialdemocratiche e opportuniste, come il cosiddetto "Partito della Sinistra Europea" (PSE) e dei partiti da cui è costituito, mira ideologicamente ad abbellire le nuove barbare relazioni capitaliste e imperialiste, con l’obiettivo di disorientare i lavoratori.

I lavoratori non hanno alcun interesse a credere che sia possibile "democratizzare" il capitalismo e le relazioni internazionali e scegliere un imperialista che si presume possa farlo.

Bisogna ricordare come Lenin affrontava questo tema utilizzando un esempio concreto: «Il primo dei due paesi possiede, mettiamo, i tre quarti dell'Africa e il secondo un quarto. Il contenuto oggettivo della loro guerra è una nuova spartizione dell'Africa. A quale parte augurare il successo? La domanda, posta nella sua forma precedente, è assurda, perché non ci sono più i precedenti criteri di valutazione: non c'è né il pluriennale sviluppo del movimento di liberazione borghese, né il pluriennale processo di decadenza del feudalesimo. Non è compito della democrazia moderna di aiutare né il primo paese a consolidare il suo «diritto» sui tre quarti dell'Africa, né di aiutare il secondo ad appropriarsi questi tre quarti (anche se la sua economia si sviluppa più rapidamente di quella del primo). La democrazia moderna resterà fedele a se stessa solo se non si alleerà a nessuna borghesia imperialista, se dichiarerà che “tutte e due sono pessime”, se in ogni paese augurerà la sconfitta della borghesia imperialista. Ogni altra soluzione sarà, in pratica, nazional-liberale, non avrà niente a che fare col vero internazionalismo»[22]

E concludeva: «In realtà oggi non si può parlare, per la democrazia moderna, di andare al rimorchio della borghesia reazionaria, imperialista, di qualunque «colore» essa sia. (...)»

 

  5.6. La posizione del KKE in relazione alle contraddizioni e il caso di una guerra

Il KKE con le risoluzioni del suo 19° Congresso sta preparando e orientando le masse operaie e popolari davanti alla possibilità di coinvolgimento del nostro paese in una guerra imperialista. Nel programma del KKE, approvato al 19° Congresso si sottolinea che: «Crescono in tutta la regione, dai Balcani al Medio Oriente, i rischi di una guerra imperialista generalizzata e il coinvolgimento della Grecia in essa. La lotta per la difesa dei confini e dei diritti sovrani della Grecia, dal punto di vista della classe operaia e degli strati popolari, è parte integrante della lotta per il rovesciamento del potere del capitale. Non ha alcuna relazione con la difesa dei piani di uno o dell'altro polo imperialista e la redditività di uno o dell'altro gruppo monopolista. »[23].

Su questa base il KKE tratta con criteri di classe la questione della difesa del paese (i confini, i diritti sovrani generali), cioè dal punto di vista della classe operaia e degli strati popolari, la lega alla lotta per scardinare i piani e rompere le catene delle unioni imperialiste, per il rovesciamento del capitalismo e la costruzione della società socialista.

Inoltre, la storia ci ha insegnato che anche in condizioni di occupazione, di dissoluzione della costruzione dello stato-nazione, la classe operaia non può lottare contro l'occupazione dallo stesso punto di vista della borghesia, non può allearsi con alcuno dei suoi settori. Per la classe operaia e i settori popolari poveri la guerra e l'occupazione sono l'espansione dello sfruttamento capitalista, sono la creazione del dominio economico e politico del capitale. La classe operaia lotta contro l'indigenza, l'oppressione e la violenza delle forze di occupazione, contro l'intensificazione dello sfruttamento, contro gli accordi imperialisti internazionali. La sua "patria" è una patria libera dai capitalisti, fuori dalle associazioni imperialiste, una patria in cui la classe operaia possieda la ricchezza che produce, in cui essa sia al potere. La guerra della classe borghese per la sua "patria", indipendentemente dal fatto se sia in alleanza con l'occupazione straniera o se resista ad essa, sarà negli interessi dei gruppi monopolistici, per la restaurazione di un accordo sulla divisione dei mercati che servirà l'interesse dei monopoli locali, non gli interessi dei lavoratori e del popolo.

Il KKE ha tratto le conclusioni necessarie dalla lotta armata che ha avuto luogo durante la Seconda guerra mondiale, contro la triplice occupazione straniera fascista del paese (tedesca, italiana, bulgara). Così, nonostante la preponderanza dei gruppi armati dell'EAM-ELAS, che erano guidati dal KKE, il nostro partito non fu purtroppo in grado di collegare la lotta antifascista, la lotta contro l'occupazione straniera, alla lotta per il rovesciamento del potere del capitale nel paese, perché non aveva formato nelle sue fila una corrispondente strategia. Oggi, traendo conclusioni importanti dal percorso storico del nostro partito, sviluppiamo una tale strategia per affrontare i pericoli della partecipazione del nostro paese a nuove guerre imperialiste locali, regionali e generalizzate.

Nella Risoluzione Politica del 19° Congresso si sottolinea: « Nel caso di coinvolgimento della Grecia in una guerra imperialista, sia difensiva che aggressiva, il Partito deve dirigere l'organizzazione indipendente nella lotta degli operai e del popolo in tutte le sue forme, in modo da portare alla disfatta completa della classe borghese, sia quella interna che dell'occupazione straniera.»[24]

In condizioni di una guerra imperialista, l'avanguardia politica della classe operaia, il suo partito, ha il compito di evidenziare la necessità dell'unità di classe dei lavoratori, dell'alleanza con le forze popolari, la dimensione internazionalista della classe operaia e i compiti che ne derivano. La posizione sulla guerra è la posizione nei confronti della lotta di classe e la rivoluzione socialista, è la lotta per la trasformazione di questa guerra in una lotta di classe armata, "l'unica guerra di liberazione", secondo Lenin. Sono preziose le elaborazioni di Lenin che mentre sviluppava la teoria dell'anello debole, cioè intravedendo la possibilità di una maggiore intensificazione delle contraddizioni, la formazione di una situazione rivoluzionaria dapprima in un paese o in un gruppo di paesi, ha stabilito scientificamente la possibilità che la rivoluzione prevalga inizialmente in uno o più paesi. Di conseguenza in tale guerra il coordinamento, le parole d'ordine comuni e l'attività congiunta con il movimento rivoluzionario di altri paesi costituiscono una condizione importante per la prospettiva dello scoppio e della vittoria della rivoluzione socialista in più paesi, la possibilità di un altro tipo di cooperazione o unione di stati, sulla base della proprietà sociale, della pianificazione centrale con l'internazionalismo proletario. Allo stesso tempo, il KKE sta intensificando la sua lotta contro l'opportunismo perché, come diceva Lenin, «la lotta contro l'imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l'opportunismo, è una frase vuota e falsa »[25].

Noi comunisti, che basiamo le nostre analisi sulla teoria del socialismo scientifico, sappiamo molto bene che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, precisamente violenti. La guerra nasce nel terreno del conflitto dei diversi interessi economici, che impregnano l'intero sistema capitalista. È per questo che la guerra è inevitabile sotto il capitalismo (come la crisi economica, la disoccupazione, la povertà, ecc.), allo stesso tempo non è un fenomeno naturale. Si tratta di un fenomeno sociale poiché è legato alla natura della società in cui viviamo. La società ha come "pietra angolare" il profitto di coloro che possiedono i mezzi di produzione. I monopoli e il loro potere generano la guerra imperialista. In conclusione, la nostra lotta per una società in cui i mezzi di produzione siano proprietà popolare (non proprietà di pochi), dove l'economia funzioni in modo pianificato a livello centrale e sia controllata dai lavoratori stessi, col fine di soddisfare le necessità popolari (non l'aumento dei profitti dei capitalisti), è indissolubilmente legata alla lotta contro la guerra imperialista, contro la "pace" imposta dagli imperialisti con la "pistola alla testa del popolo" che prepara nuove guerre imperialiste.

Tuttavia, la nostra conclusione che fino a che esiste il capitalismo esisteranno anche le condizioni che portano alla guerra, non è affatto sinonimo di fatalismo. Tutto il contrario! Ci rivolgiamo alla classe operaia del paese, ai popoli della nostra regione e facciamo notare come i loro interessi coincidano con la lotta anticapitalista-antimonopolista comune, per la rottura delle catene degli organismi imperialisti, lo smantellamento delle basi militari straniere e l'eliminazione delle armi nucleari, il ritiro delle forze militari dalle missioni imperialiste, l'espressione della solidarietà con tutti i popoli che lottano e cercano di tracciare il proprio percorso di sviluppo. Affinché il nostro paese si disimpegni dai piani e dalle guerre imperialiste. Affinché si realizzi la parola d'ordine "Né acqua né terra agli assassini dei popoli!". Questa è una lotta quotidiana. È una lotta con obiettivi specifici, che i comunisti svolgeranno in modo unitario, non separato dalla lotta per il potere.

Perché rimangono attuali le tesi di Lenin, il quale sottolineava che «gli slogan del pacifismo, del disarmo internazionale nel capitalismo, degli arbitrati, ecc. non rivelano solamente l'utopismo reazionario, ma costituiscono anche per i lavoratori un inganno palese volto a disarmare il proletariato e allontanarlo dal compito di disarmare gli sfruttatori. Soltanto la rivoluzione proletaria socialista può trarre l'umanità dal vicolo cieco in cui l'hanno condotta l'imperialismo e le guerre imperialistiche. Quali che siano le difficoltà della rivoluzione e le sue eventuali sconfitte temporanee, quali che siano le ondate della controrivoluzione, la vittoria finale del proletariato è immancabile»[26].

 

ElisseosVagenas

 

 

* V. I. LENIN, “La situazione e i compiti dell’Internazionale Socialista”, Op. Complete, ed. Editori Riuniti, vol.21, pagina 31.

 

 

 

[1] L’intervento della NATO è stato fatto con il pretesto di “genocidio” degli albanesi del Kosovo da Milosevic nel 1999 e ha portato allo smembramento della Serbia.

[2]   L’intervento degli Stati Uniti e dei loro “alleati” è stato fatto nel 2003 col pretesto delle “armi di distruzione di massa”, che si presumeva avesse il regime di Saddam Hussein, un intervento che di fatto sta dividendo l’Iraq in tre aree (regione sciita, sunnita e curda).

[3]   Nel 2011, la NATO, con il pretesto di “promuovere la democrazia”, sull’onda della “primavera araba”, ha portato avanti un intervento imperialista con conseguenze tragiche per il popolo libico.

[4] V. I. LENIN “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” cap. VII “L’imperialismo, particolare stadio del capitalismo”. Op.Complete, ed. Editori Riuniti, vol.22, pagina 268.

[5]   Secondo quanto riferito dagli Stati Uniti, il primo ministro della Grecia, Antonis Samaras, durante il suo incontro col presidente Usa Barak Obama, il 9/8/2013 a Washington, lo ha informato che il gas naturale nel sottosuolo della Grecia (Mar Ionio-Sud di Creta) è stimato in circa 4.700 miliardi di metri cubi. Tali importi, unitamente ai 4.500 miliardi di metri cubi nella ZEE di Cipro e Israele, sono in grado di coprire il 50% della domanda UE per 30 anni.

[6]   Caratteristiche sono le posizioni pericolose che esprimono esponenti del governo albanese, che muovono rivendicazioni territoriali a scapito degli Stati confinanti, annessione di territori in nome dell’”autodeterminazione” o della “Grande Albania”. Rivendicazioni simili sono espresse in Romania a spese di Moldova e Ucraina. A sua volta, la borghesia della Turchia con il governo di Erdogan e del “neo-ottomanismo” come mezzo, provano a utilizzare la religione, le tradizioni e le minoranze nella regione, per catturare i lavoratori in un piano volto a rafforzare il suo ruolo non solo negli affari regionali, ma anche internazionali, giocando un ruolo sporco negli eventi in Siria, e anche favorendo le richieste a scapito della Grecia nel Mar Egeo.

[7]Va notato a questo punto che noi comunisti non trattiamo la questione dell’autodeterminazione al di fuori della posizione leninista che « Le singole rivendicazioni della democrazia, compresa l’autodecisione, non sono un assoluto, ma una particella del complesso del movimento democratico (oggi: del complesso del movimento socialista mondiale). E’ possibile che, in singoli casi determinati, la particella si in contraddizione col tutto, e allora bisogna respingerla», Opere Complete, ed. Editori Riuniti, vol. 22, pag. 339). In particolare sulla questione curda, che si evidenzia direttamente (per la divisione dell’Iraq, per l’attività armata autonoma della popolazione curda in Siria, così come per il dialogo del leader dei curdi incarcerato in Turchia, il A.Ocalancon la leadership turca), è molto attuale la valutazione fissata nel comunicato congiunto del Partito Comunista della Turchia e del KKE, che: «I due partiti comunisti ritengono che una questione chiave nella regione, che si intreccia con i vari piani imperialisti in Medio Oriente, Balcani, Eurasia, sia la questione curda. Anche se per la classe operaia la questione curda è una questione di uguaglianza, di giustizia, di libertà, per gli imperialisti è una questione di promozione di questi o quegli interessi economici, di relazioni geopolitiche, antagonismi ed equilibri, di controllo sui giacimenti energetici e sulle vie di trasporto. Per noi è evidente che la questione curda non può essere risolta a favore dei popoli della regione con il contributo degli Stati Uniti, della NATO e dell’UE, ognuno coi propri obiettivi. La questione curda non può essere risolta con la presunta “apertura democratica” di ΑΚΡ, promossa per stabilire in realtà il proprio potere borghese, per aumentare il profitto capitalistico attraverso il sentimento religioso. La questione curda sarà risolta a favore dei popoli della regione solo se sarà legata all’azione anti-imperialista coerente, alla lotta per la vittoria e il consolidamento del potere operaio, alla lotta per il socialismo. La questione curda sarà risolta attraverso processi rivoluzionari, con ideali rivoluzionari, non coi piani e le “garanzie” degli imperialisti» (quotidiano Rizospastis, Sabato 26 Marzo 2011).

[8] V. I. LENIN “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” cap.11 “E’ possibile andare avanti se si teme di marciare verso il socialismo?”, Op. Complete, ed. Editori Riuniti, vol.25, pag.341

[9]Ibidem.

[10]V. I. Lenin: Sotto la bandiera altrui, Opere Complete, ed. Editori Riuniti, vol. 21, pag.119

[11]I.V.Stalin. Rapporto al XVIII Congresso del partito sull'attività del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) dell'U.R.S.S. (10 marzo 1939), v.14.

[12]Gli Stati Uniti rimangono la prima potenza economica, ma con una significativa riduzione della quota nel Prodotto mondiale lordo. Fino al 2008 la zona euro nel suo complesso, manteneva la seconda posizione nel mercato internazionale capitalista, però l’ha persa durante la crisi. Ora la Cina è diventata la seconda economia più grande, ha rafforzato l’alleanza dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) nelle unioni capitalistiche internazionali come il Fondo monetario internazionale, il G-20. Il cambiamento nei rapporti di forza tra gli Stati capitalisti porta anche cambiamenti nelle alleanze tra questi, in quanto si intensificano le contraddizioni inter-imperialiste sul controllo e la ripartizione dei territori e dei mercati, delle aree di influenza economica, in particolare le risorse energetiche e naturali e le reti di trasporto delle merci.

[13]Programma del ΚΚΕ. Approvato al 19ο Congresso (11-14/4/2013) traduzione di Resistenze.org: http://www.resistenze.org/sito/te/pe/mc/pemcdn03-013687.htm.

[14] Sotto il potere del dominio capitalista le risorse naturali rappresentano il “pomo della discordia” tra i monopoli e gli stati capitalistici in competizione per il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali senza remore nel massacrare la gente, distruggere l’ambiente per assicurarsi i profitti mentre il popolo paga troppo caro il petrolio e il gas naturale, l’energia. Da uno sviluppo corretto sorge la necessità di utilizzare le risorse naturali a favore dei lavoratori anche attraverso la cooperazione reciproca tra i popoli. Una precondizione per questo è che in ogni paese il potere passi nelle mani della classe operaia, per aprire la strada alla socializzazione delle risorse naturali, dei mezzi di produzione concentrati, che devono convertirsi in proprietà popolare, e che l’economia si sviluppi sulla base di pianificazione centralizzata e il controllo popolare.

[15] Non è un caso che l’Iran, che in questa fase sostiene la Siria, ha detto che un attacco alla Siria sarebbe anche un attacco contro l’Iran e che, in tal caso l’Iran attaccherà le basi USA nella regione. Così il “fuoco” che accendono gli imperialisti può prendere grandi dimensioni e i pericoli per la popolazione della Grecia sono evidenti. Creta, e in particolare la base di Souda dista 2000 chilometri dall’Iran (2.500 miglia da Teheran). La gittata dei missili iraniani Sangil è 2500 km.

[16] Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’intensificarsi delle relazioni tra Israele e Turchia, è stata promossa dalla borghesia greca una più stretta cooperazione con Israele. Questa cooperazione prevede sia la promozione degli interessi economici (ad esempio l’asse per l’utilizzo del gas naturale, l’installazione di un elettrodotto di collegamento Grecia-Cipro-Israele) , sia la cooperazione con gli obiettivi strategici, col coinvolgimento di aerei militari israeliani in esercitazioni militari in Grecia. Nonostante le reazioni del KKE, spesso si verificano esercitazioni nei pressi di Creta, dove sono installati i sistemi anti-aerei di costruzione russa C 300, con l’obiettivo di preparare i piloti israeliani in un possibile attacco all’Iran.

[17]  I governi greci, sia della ND di destra, che del PASOK socialdemocratico, sotto l’egida della NATO e dell’UE, hanno firmato negli ultimi 30 anni diverse alleanze che sono un regresso dei diritti sovrani della Grecia nell’Egeo.

[18] La borghesia greca mira a rafforzare le sue alleanze internazionali per ottenere la cooperazione straniera per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali, per trasformare il paese in un “nodo” per le esigenze energetiche e commerciali dei capitali della UE, e di beneficiare della spartizione del “bottino” a seguito degli interventi imperialisti, per esempio, con condizioni più favorevoli per l’esportazione di capitali da parte delle imprese nazionali di costruzione, società di telecomunicazioni, settore bancario ecc.

[19] V. I. LENIN “La questione della pace”, Op. Complete, ed. Editori Riuniti, vol.21 pag.265.

[20] V. I. Lenin: “I compiti della socialdemocrazia rivoluzionaria nella guerra europea” paragrafo “Risoluzione di un gruppo di socialdemocratici”. Op.complete, ed. Editori Riuniti, vol.21, pag.9.

[22] Intervista al canale televisivo ANT1 del 24 maggio 2014.

[22] V.I. Lenin: “Sotto la bandiera altrui” Lenin, Op.Complete, ed. Editori Riuniti, vol.21, pag. 125-126-132.

[23] Programma del KKE approvato al19° Congresso .

[24]   Risoluzione Politica del 19° Congresso.

[25] V.I. Lenin: “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” cap.X “il posto che occupa l’imperialismo nella storia”. Lenin, opere Complete, ed. Editori Riuniti, vol.22, pag.301.

[26]"Programma del Partito Comunista di Russia (bolscevico)", adottato il 22 marzo 1919 all’ VIII Congresso 

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