Le contraddizioni inter-imperialiste e la guerra

  • 28/11/14 13.50

1914-2014: 100 anni di guerra imperialista

Nel 2014 cade il centesimo anniversario della prima grande conflagrazione mondiale tra le potenze imperialiste.

La prima grande crisi del sistema capitalista, chiamata la “Grande Depressione”, scosse il mondo a partire dal 1873 e collocò le potenze imperialiste di fronte a una difficile situazione. Lo sviluppo delle forze produttive con la Rivoluzione Industriale aveva raggiunto livelli incomparabili rispetto a quanto realizzato in precedenza. Era la prima crisi di sovrapproduzione più importante del capitalismo.

La Depressione segna il punto finale della tappa libero-scambista e preannuncia il capitalismo del futuro, l’imperialismo. La risposta delle potenze imperialiste si mise in scena nella Conferenza di Berlino (1884-1885). Se fino a quel momento l’imperialismo europeo si era appena insediato in Africa, a partire da allora si lancerà alla conquista spietata del continente: in pochi anni solo la Liberia (protettorato degli USA) e l’Etiopia (dopo una guerra di liberazione) saranno escluse dalla spartizione coloniale.

La fine del monopolio imperialista britannico e la nascita di una multipolarità imperialista non solo non garantirono la pace, ma assicurarono la collisione di interessi tra una potenza e l’altra.

In questo momento, quando la socialdemocrazia storica doveva giocare un ruolo di avanguardia del movimento operaio, consumò invece il suo tradimento, passando nel campo della borghesia. Con la firma da parte della socialdemocrazia tedesca e francese dei crediti di guerra (4 Agosto 1914) non solo si stava mettendo in scena il fallimento della II Internazionale con l'appoggio alla propria borghesia imperialista, si stava anche dimostrando che il movimento operaio può consolidarsi solo lottando risolutivamente contro l’opportunismo.

Un secolo dopo l’attuale crisi è molto più profonda di quella del 1873 e anche di quella del 1929. Oggi, come allora, lo sviluppo del capitalismo nella sua fase imperialista colloca le borghesie centrali in una posizione di tutto o nulla: il ciclo di accumulazione capitalista si arresta e le borghesie hanno due opzioni: o vedere declinare il loro potere come classe dominante o lanciarsi in una guerra imperialista come uscita disperata. Nell’imperialismo già adesso non c’è pace, c’è uno stato generale di guerra permanente.

Un fatto storico precedente è stato determinante nella situazione attuale, il trionfo della controrivoluzione nell’Unione Sovietica e nei paesi socialisti dell’Europa Centrale e Orientale, ristabilendo la dittatura capitalista nella maggior parte di quello che fu il campo socialista.

L’URSS, insieme al resto dei paesi socialisti e non allineati, creò una vera diga di contenimento dei piani più aggressivi delle potenze imperialiste, che si videro obbligate a fare un fronte comune contro il socialismo, diminuendo con ciò – transitoriamente – il pericolo di uno scontro armato tra capitalisti.

Oggi, dopo più di vent’anni senza l’esistenza di questa diga di contenimento che fu il campo socialista, siamo testimoni del fatto che le contraddizioni inter-imperialiste si intensificano a gran velocità, creando una situazione che la classe operaia e le sue organizzazioni d’avanguardia, i Partiti Comunisti e Operai, dobbiamo analizzare e studiare in profondità se vogliamo articolare una posizione rivoluzionaria coerente con il momento storico che viviamo, dove la possibilità di nuove guerre imperialiste è sempre più reale.

1)      Le contraddizioni inter-imperialiste si intensificano.

Con lo sviluppo storico le contraddizioni inter-imperialiste si acutizzano. Questa acutizzazione proviene dalla disputa per le materie prime – specialmente quelle scarse e le più necessarie per l’attuale modello produttivo, per il controllo dei mercati necessari per la realizzazione del plusvalore e per la tutela delle aree geopolitiche che svolgono un ruolo più importante nel potere mondiale (es. Eurasia).

Nel momento in cui si studiano le contraddizioni inter-imperialiste che oggi si esprimono, è necessario includere, oltre a riferirci alle potenze imperialiste “tradizionali”, come gli Stati Uniti, l’Unione Europea o il Giappone, quel gruppo di paesi che rispondono all’acronimo di BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), il cui crescente ruolo nei campi economico e militare non può esser nascosto da analisi che camuffano la loro posizione nella piramide imperialista.

  1.        Il ruolo degli Stati Uniti.

Praticamente la metà dei 500 monopoli più grandi del mondo sono di origine statunitense. Anche se l’economia degli USA retrocede, passando dal 24% al 18.9% di partecipazione nel PIL mondiale tra 2001 e 2012, secondo il FMI.

Allo stesso tempo la – ancora incontestabile – superiorità militare, li colloca come l’unico paese capace di intervenire militarmente in qualsiasi parte del mondo. Questo potere militare sproporzionato si converte in un jolly contro la crisi capitalista, da usare nel momento conveniente per i propri interessi.

L’Amministrazione Obama s’appoggia alla dottrina dello Smart Power, (combinazione di droni, NSA-CIA, e diplomazia), che non è altro che la strategia attuale per il consolidamento dell’egemonia nordamericana nel sistema imperialista mondiale, in condizioni di disputa crescente di questa con altre potenze. Gli USA hanno sempre fatto ricorso alla guerra quando vedono in pericolo i propri interessi in qualsiasi paese, usando qualsiasi pretesto.

Il secondo mandato di Obama è andato caratterizzandosi con uno schema molto concreto in politica internazionale, in cui, mentre cresce in importanza e interesse la zona Asia-Pacifico, spiccano come scenari principali – che l’imperialismo nordamericano non riesce a controllare – Afghanistan (con i suoi legami con il Pakistan), Israele-Palestina e il nord dell’Africa. Allo stesso tempo, le relazioni con Cina e Russia sono intese dagli USA in uno schema che combina cooperazione e conflitto(1), mentre America Latina, Europa e Africa, prese in generale, vengono considerate come “cortili di casa” nei quali la possibilità di conflitti non ha lo stesso potenziale dannoso che nelle altre regioni del pianeta.

Il Medio Oriente continua ad essere il perno strategico mondiale, dove oggi si concentra la maggioranza dei “punti caldi”: Israele-Palestina, Iran, Siria, Egitto, ecc.

La principale minaccia alla posizione egemonica degli USA viene dalla previsione della trasformazione in un breve lasso di tempo della Cina in prima potenza economica mondiale. A questo si lega la strategia di alleanze che la Cina sviluppa nella sua zona geopolitica, che include paesi determinanti come India e Russia.

  1.     Il ruolo dell’Unione Europea.

Il PCPE definisce l’Unione Europea come un’alleanza imperialista interstatale, che è – al giorno d’oggi – una delle potenze fondamentali. La tesi che abbiamo approvato nel nostro 9° Congresso, afferma che: “Il ruolo dell’UE, un caso simile a quello del Giappone, si trova fortemente mediato per i suoi legami con l’imperialismo nordamericano, ma la lotta inter-imperialista si manifesta ciclicamente e svela l’interesse dell’oligarchia dell’UE di spodestare gli USA nella catena imperialista mondiale (2).

Il carattere interstatale dell’UE è un fattore generatore di tensioni interne, molto sensibili in situazioni di crisi. In alcuni casi è la Germania quella che cerca di imporre processi di centralizzazione ai quali si oppongono altri paesi dell’UE, perché minano i loro interessi nazionali; e in altri casi sono gli altri paesi quelli che vogliono avanzare nel processo di centralizzazione e incontrano il rifiuto del governo tedesco che non vuol farsi “carico” delle carenze economiche dei paesi imperialisti più deboli. Le battaglie in relazione all’unione bancaria – gli eurobond – sono un esempio di queste tendenze in conflitto. Anche se lo Stato-nazione tende a perdere certi elementi di sovranità, continua ad essere il quadro centrale dell’accumulazione capitalista e, pertanto, il quadro principale dello sviluppo della lotta di classe.

L’UE si scontrerà sempre con la difficoltà che suppone la diversa base economica, storica, culturale, sociale, ecc., che integra il suo progetto; e ciò costituisce una barriera fino ad oggi invalicabile per il progresso del suo obiettivo integrante sovrastatale. I vecchi processi di costruzione degli Stati-nazione in Europa (sec. XVIII-XIX) sono passati da processi di omogeneizzazione di una ampia base sociale, di carattere integrante, che il progetto imperialista dell’UE non è stato in grado di generare.

L’imperialismo dell’UE parzialmente condivide interessi con l’imperialismo statunitense, che si possono materializzare prossimamente con la firma di un Trattato di Libero Commercio UE-USA.

La Strategia Globale Europea (EGS la sua sigla in inglese), definisce la linea politica fondamentale dell’imperialismo europeo. Quando per il 2050 si stima che nessun paese europeo sarà tra le 10 prime economie del mondo, la EGS definisce un’aerea geopolitica sotto la denominazione di “vicinato strategico” (strategic neigbourhood).

Questo vicinato strategico sarà costituito non solo dai paesi prossimi geograficamente (Est Europa e ex URSS, paesi mediterranei) ma anche altri in “aree più ampie che sono funzionalmente vincolate agli interessi europei, come il Sahel, il Corno d’Africa, Medio Oriente, Asia Centrale, l’Artico e le linee costiere adiacenti(3).

Questo orientamento spiega la crescente presenza militare dell’UE e i suoi membri in operazioni come l’operazione Atalanta in acque somale, l’intervento militare in Mali, la Strategia per la Sicurezza e lo Sviluppo del Sahel o il particolare interesse della Francia per rovesciare Gheddafi.

Nel quadro di queste relazioni di “vicinanza strategica” il crescente ruolo della Turchia in Medio Oriente e il Mediterraneo orientale suppone per l’Unione Europea un elemento aggiuntivo di preoccupazione. Dal 1923 la Turchia è stato un alleato abituale dell’UE e degli USA nella zona, come conferma la sua pronta incorporazione al Consiglio d’Europa (1949), alla NATO (1952) e alla OCDE (1963), ma anche come potenza imperialista – a suo livello – la Turchia esercita un’influenza importante nel Vicino e Medio Oriente. Riflesso di questa situazione è l’oleodotto Bakù-Tiflis-Ceyhan, chiamato a convertirsi in una delle vie principali di fornitura di petrolio all’Europa, ragion per la quale dall’UE si osserva con preoccupazione sia la possibile forza turca sia il suo sempre più stretto legame con gli USA.

Questo ci introduce pienamente in un capitolo essenziale per la strategia imperialista europea: la questione energetica. L’UE è obbligata a rifornirsi dall’estero, a causa dell’insufficienza di risorse energetiche nel suo suolo, cosa che colpisce la sicurezza degli stati membri e i loro piani aggressivi nello scenario internazionale. Ancor di più considerando il fatto che gli USA progrediscono verso l’indipendenza energetica(4). Per l’UE la sovranità energetica può venire dalle riserve di gas esistenti in Eurasia, le maggiori riserve di gas conosciute(5), cosa che obbliga di nuovo a riformulare il rapporto con la Russia.

I paesi del sud europeo sono carenti di connessioni adeguate con il resto dell’UE e dipendono dal Nord Africa e Medio Oriente, zone di grande instabilità, di fronte al quale la strategia dell’UE passa dalla cosiddetta “diversificazione delle fonti di approvvigionamento”, che vuole che ogni paese membro conti almeno su due fonti differenti di approvvigionamento, progettandosi differenti infrastrutture per questo scopo.

Questa posizione, difesa dalla Commissione Europea, persegue il miglioramento delle connessioni interne dell’UE e la riduzione della dipendenza rispetto alla fornitura russa. Il “Terzo Pacchetto d’Energia” dell’UE va in questo senso e si dirige contro gli interessi russi, nonostante la Commissione abbia dovuto cambiare i suoi piani iniziali a causa della pressione francese e soprattutto tedesca, Paesi che non erano disposti a che i loro monopoli statali perdessero la proprietà delle loro reti di gas e elettricità.

Per mantenere una posizione di forza, in difesa dei suoi interessi, l’UE sviluppa vari progetti di modernizzazione delle sue capacità militari e obbliga tutti i suoi membri a un costante incremento delle spese d’armamento. Sebbene nel terreno militare non si sono fatti passi verso la creazione di eserciti unificati dell’UE, avanzano distinte forme di coordinamento in tutto quello che riguarda lo spionaggio, corpi speciali e tattiche di terrorismo di stato, Frontex, Europol, OSCE, ecc.

  1. Giappone.

Il ruolo del Giappone nella piramide imperialista viene determinato dalla sua evoluzione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La brutale aggressione dell’imperialismo nordamericano con il lancio delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, le limitazioni imposte alla sua capacità militare e la spartizione delle zone d’influenza – sotto dominio americano nel caso del Giappone – hanno determinato le strategie di accumulazione del capitalismo giapponese nella seconda metà del XX secolo.

Con un territorio limitato e con carenza di risorse energetiche, l’imperialismo giapponese optò per una strategia di sviluppo sostenuto nella specializzazione in risorse di alta capacità scientifica e tecnologica – elettronica, macchinari, automobili, ecc. – e nel raggiungere l’indipendenza energetica ricorrendo alla produzione nucleare.

Liberato – contro la sua stessa volontà – da un importante bilancio militare, il capitalismo giapponese – in alleanza con l’imperialismo statunitense – ha recuperato in poco tempo la sua capacità di accumulazione capitalista in fase imperialista, facendo del suo iniziale svantaggio alla fine della Seconda Guerra Mondiale una posizione di forza per il suo crescente sviluppo come potenza imperialista, situandosi come uno dei tre grandi poli nello scenario del dopoguerra.

Nonostante i successi del primo periodo, questa strategia è terminata impantanando – prodotto della sua stessa logica interna – il capitalismo giapponese in un lungo ciclo di stagnazione economica che, pur senza perdere l’influenza nella scena mondiale, ha troncato le sue aspirazioni di crescita illimitata.

Importanti cambiamenti nella sua zona geopolitica nelle ultime decadi hanno avuto un forte impatto nella sua capacità come potenza imperialista mondiale.

Da un lato l’importantissimo sviluppo economico cinese – competitore storico per l’egemonia nella zona – e dall’altro lato lo sviluppo crescente del capitalismo indiano, insieme ad altri poli imperialisti di minor dimensione, hanno accresciuto le tensioni nella zona e diminuito il ruolo superiore del Giappone.

Il recente catastrofico incidente di Fukushima ha messo in questione il suo modello di approvvigionamento energetico, collocandolo in una situazione di incertezza sul futuro, dal quale è molto difficile sfuggire, poiché le possibilità di riconversione del modello energetico sono complesse e di altissimo costo economico, a cui il Giappone non è in condizione di far fronte.

Le alleanze militari che si realizzano nella zona, con un peso determinante della Cina che produce già armamento di ultima generazione, hanno obbligato recentemente il Giappone ad aumentare la sua spesa militare e ad assumere la necessità di una capacità competitiva nel terreno della guerra. Questo suppone nuove dipendenze che non erano previste nel modello economico nipponico.

La crescita delle potenze imperialiste più giovani andrà a relegare il Giappone in posti più arretrati nel terreno della competizione mondiale inter-imperialista. La sua alleanza con gli USA è una soluzione avvelenata in questa situazione, poiché nel momento in cui può esser la sua ciambella di salvataggio, può solo condurlo alla riedizione di nuovi scenari di guerra, imposte dalle necessità proprie dell’imperialismo statunitense.

  1.   I BRICS.

L’eterogeneo gruppo di potenze che si includono sotto questa denominazione rappresentano sviluppi dinamici delle nuove espressioni che assumono le contraddizioni inter-imperialiste, che obbligano le potenze più tradizionali a sviluppare nuove strategie.

a)      La posizione della Russia.

L’azione estera russa fino al 2018 si trova riflessa nel documento “Concetto di Politica Estera della Federazione Russa” o “Concetto 2013”, nel quale si segnalano gli obiettivi seguenti:

“Garantire la sicurezza del paese, proteggendo la sua sovranità e integrità territoriale, assicurando il suo posto di privilegio nella comunità internazionale come uno dei poli influenti e competitivi del mondo attuale”.

La Federazione Russa conia la concezione di un nuovo ordine mondiale basato su molteplici poli di potere, motivato dall’aggressiva perdita del peso relativo degli USA e dell’Unione Europea. La Russia vede se stessa come uno di questi poli di potere, nel quale domina il “sistema poli-centrico”.

Di fronte all'insieme dell’UE, la strategia russa passa per il rafforzamento delle relazioni bilaterali con la Francia e la Germania. L’incorporazione nel 2004 di dieci nuovi paesi nell’UE, la maggioranza dell’ex campo socialista e attualmente contrarie a Mosca, ha complicato oltremodo le relazioni con l’UE, fino al punto che l’“Accordo di Associazione e Cooperazione”, decaduto nel 2007, non si è potuto rinnovare fino ad oggi. Tutto questo, come abbiamo visto in precedenza, nel quadro della competizione tra Russia e UE in riferimento alla fornitura energetica.

Si evidenzia il fatto che i russi intendono, nel loro “Concetto 2013”, come un serio rischio “la ripresa incompleta dell’economia europea dopo la crisi della zona euro”, cosa che implicherà rischi in futuro, come la crescente competizione per le risorse strategiche, imposizione di gerarchie di valori che conducono alla xenofobia, l’intolleranza e una maggiore tensione nelle relazioni internazionali.

Dall’altra parte, continua a considerare una minaccia l’appoggio statunitense alle cosiddette “Rivoluzioni Colorate” e il dispiego dello scudo antimissili della NATO. La CEI continua ad essere lo spazio prioritario dell’agire russo, opponendosi all’espansione della NATO, sebbene partono dal fatto che l’asse geopolitico si sta spostando nel Pacifico, per cui la Russia coordina azioni in Asia Centrale con la Cina nel quadro di una cooperazione attiva in tutti i campi. Allo stesso tempo la Russia mantiene un riferimento speciale in India, principale cliente dei monopoli russi. Così possiamo considerare con crescente grado di stabilità una “troika Russia-Cina-India”.

La Federazione Russa continua ad essere una potenza militare nucleare molto importante a livello mondiale, con un alto potere dissuasivo di fronte agli altri imperialismi, ma anche con un forte potere offensivo in un interessato scenario di guerra.

b)      La posizione del Brasile.

Con 200 milioni di abitanti – il suo PIL ha raggiunto nel 2012 i 2.252.628 milioni di dollari(6) – è la seconda economia del continente americano. Possiede una grande ricchezza agricola, mineraria, manifatturiera, riserve di gas e petrolio e può vantare una fiorente industria aereonautica e automobilistica. La Borsa del Commercio di San Paolo è una delle più importanti del mondo. Tutto questo fa del Brasile una potenza emergente con un crescente peso mondiale.

Il suo modello economico si concentra nell’esportazione di materie prime agricole (mais, soia, caffè, cacao, zucchero …), energetiche, forestali e minerali (petrolio, gas, legno, oro …). Questa attività economica, nonostante genera una grande ricchezza, tuttavia è ancora ipotecata dal suo passato storico come potenza dipendente, cosa che fa sì che il valore aggiunto che ritorna al Brasile sia ancora basso, mettendo per questo paese in primo luogo la sfida dell’impulso dello sviluppo tecnologico, per invertire questa situazione.

Dal 2009 al 2012 il suo PIL è passato da 1.595.000 milioni di dollari a 2.252.628 e le previsioni parlano che finirà l’anno 2013 con 2.456.000 milioni di dollari(7). Dall’altro lato, il crescente sviluppo delle forze produttive, con l’implementazione di nuove fabbriche di ogni tipo o l’estensione dello sfruttamento della foresta amazonica, costituisce un’enorme attrazione per i monopoli stranieri, che hanno incrementato i loro investimenti nel paese, passando da più di 50.700 milioni di dollari nel 2008, a più di 76.000 milioni nel 2012. Allo stesso tempo la forza della borghesia brasiliana (con l’inestimabile appoggio statale) permette ad essa di esportare capitali nel 2011 per un valore di oltre 110.000 milioni di dollari(8) e convertirsi nel principale acquirente di azioni in altre imprese della zona, essendo la forza principale dell’importante processo di concentrazione e centralizzazione di capitali su scala regionale(9).

Questa posizione dominante si potenzia inoltre con la sua partecipazione in organizzazioni di coordinamento regionale come l’ALBA, MERCOSUR, CELAC, o la Banca del Sud che è in processo di creazione.

Il progressivo coordinamento dei progetti integratori dell’America Latina collocheranno la borghesia brasiliana in una posizione di chiara egemonia nel continente, superata solo dagli USA, e farà del blocco regionale ALBA-MERCOSUR-CELAC un potente agente internazionale.

c)      La posizione dell’India.

L’India, sia per il suo peso demografico così come per il suo sviluppo economico, svolge un ruolo importante a livello regionale e rilevante su scala internazionale. L’India accresce il suo PIL dai 3.377 milioni di dollari nel 2008 a più di 4.458 nel 2011 e con previsioni vicine ai 5.000 per il 2013(10).

In termini di esportazione di capitali, l’oligarchia indiana ha perso posizioni rispetto al suo più diretto competitore: la Cina. L’India, dopo una tappa di crescita (2007-2009) nell’esportazione di capitali, inizia una tappa di regresso, posizionandosi nel 2010 nella cifra di 14.000 milioni di US$.

d)      La posizione del Sudafrica.

Secondo i dati del FMI per il 2012 e le previsioni del 2013, il Sudafrica è il grande dominatore del continente africano. I suoi dati nel corso del ciclo 2008-2013 lo confermano, con una crescita del suo PIL che passa da 273.000 milioni di US$ nel 2008 a 384.000 milioni nel 2012; seguito dalla Nigeria (268.000 milioni di US$) e Egitto (256.000 milioni di US$) (11).

Dopo un periodo di caduta nella ricezione di capitali, che ha avuto luogo nel 2012, il Sudafrica torna ad essere attrattiva per le oligarchie capitaliste internazionali, con l’Investimento Diretto Estero che ha raggiunto nel paese la cifra di oltre 5.800 milioni di dollari nel 2011.

e)      La posizione della Cina.

Il PIL cinese conosce dal 2008 una crescita continua, passando da 4.500 milioni di dollari a 8.200 nel 2012 e una previsione di 9.000 nel 2013.

Le aspirazioni della Cina, in campo economico, politico e diplomatico, hanno la frontale opposizione degli USA. Infatti la Cina, attraverso l’acquisto di imprese, lo sfruttamento di risorse naturali(12), la costruzione di infrastrutture e la concessione di prestiti a diversi paesi, prosegue il suo avanzamento. Dopo l’ultimo Congresso del Partito Comunista Cinese l’economia del gigante asiatico si orienta a dare maggiore importanza al rafforzamento del suo mercato interno, con il quale otterrà di ridurre la sua dipendenza dall’estero.

Come abbiamo detto rispetto alla Russia, per la Cina l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai è una opportunità di contrastare l’influenza degli USA sia nell’Asia Centrale, come nel Pacifico. In certa misura costituisce un contropotere all’accerchiamento militare che gli USA vanno ad articolare intorno alla Cina.

La Cina è oggi un paese dipendente dalle importazioni energetiche, in particolare petrolio, parte fondamentale nella strategia di crescita sostenuta del PIL del gigante asiatico. Ma il paese è anche dipendente da prodotti di alto valore tecnologico.

Questa dipendenza energetica e tecnologica traccia la linea d’azione strategica nella politica estera del paese, orientata verso una presenza sempre maggiore delle imprese cinese all’estero, in particolare in Africa, che diversifica le sue fonti di ottenimento del petrolio, in particolare, e di materie prime in generale.

Un flusso costante, e relativamente sicuro, di petrolio e materie prime provenienti da aeree non fortemente controllate dagli altri poli imperialisti si tradurrebbe in un doppio beneficio per la Cina: da un lato, ridurre la dipendenza, diretta o indiretta, dai suoi principali competitori su scala mondiale; in secondo luogo, la strutturazione di un mercato nazionale che permetterebbe l’accumulazione interna di capitale come passaggio fondamentale per organizzare un balzo economico e tecnologico della Cina e la realizzazione di condizioni per garantire una posizione egemonica nello scenario internazionale.

Questa linea d’azione preoccupa seriamente il resto delle potenze imperialiste, che temono che una maggiore indipendenza cinese comporti un incremento dell’aggressività in politica estera.

Gli Stati Uniti consolidano alleanze contro la Cina con paesi come il Giappone(13), Corea del Sud e Filippine, con cui mantiene accordi nel terreno militare. Attualmente la Difesa degli USA destina il 50% delle sue risorse al Pacifico, e l’altro 50% si suddivide tra Europa e Medio Oriente.

f)       Alcune conclusioni sui BRICS.

Se ci atteniamo ai dati macroeconomici, i BRICS svolgono un ruolo sempre maggiore nella scena internazionale. Per il 2012 il PIL congiunto dei BRICS (14.854,11 miliardi di US$) si posizionava molto vicino a quello degli USA (15.684,75 miliardi di US$) e dell’UE (16.584 miliardi di dollari) (14).

In quanto alle importazioni e esportazioni di beni e servizi, i BRICS superano ampiamente sia gli USA come l’UE-27, così come si apprende dai dati dell’ONU (15).

Questo importante sviluppo economico – che si sostenta nell’attualizzazione del modello storico di accumulazione capitalista imposto dalle borghesie corrispondenti sotto la bandiera della sovranità nazionale – introduce nel capitalismo mondiale nuove dispute e tensioni in chiave imperialista.

In questa situazione si produce un equilibrio forzato, nel quale ogni potenza cerca di preservare la sua posizione e insieme realizzare dimostrazioni di forza per ostacolare le manovre contrarie che possano indebolire le proprie posizioni. Il fattore della dissuasione militare – e perfino della guerra – è una componente naturale di questa disputa per il controllo dell’economia mondiale nel capitalismo.

Nel futuro prossimo, prodotto di questa realtà, si configureranno nuovi quadri di alleanze e differenti nuovi scenari di conflitti. L’esistenza di arsenali militari capaci di distruggere varie volte il pianeta –che non cessano di crescere – sostiene l’ipotesi di guerra permanente nelle aree più disputate e costituisce una minaccia costante per la pace mondiale in forma generale.

Solo l’esistenza precedente dell’URSS e del blocco socialista ha permesso negoziazioni serie di disarmo, nelle quali l’imperialismo ha dovuto accettare la riduzione delle sue macchine da guerra. Oggi non è possibile concretare accordi come SALT I e SALT II, che si ottennero nel secolo scorso grazie alla lotta per la pace delle forze socialiste-comuniste.

2)      La posizione della Spagna nella catena imperialista.

Lo sviluppo del capitalismo spagnolo negli ultimi anni è stato caratterizzato dall’incontestabile realtà delle sue deboli caratteristiche strutturali. La richiesta di Aznar di far parte del G8 non è stata altro che una ingenua illusione. Stando così le cose, il governo Aznar si è caratterizzato per la totale subordinazione alle strategie militari statunitensi.

In questa situazione di crescente bellicismo del governo spagnolo è il motivo per cui la socialdemocrazia spagnola, con l’obiettivo di capitalizzare le massicce mobilitazioni che si svolsero nel nostro paese contro la guerra imperialista, lanciò la sua proposta di ritiro delle truppe mercenarie spagnole dall’Iraq in caso di andata al governo.

La stretta vittoria elettorale della socialdemocrazia il 14 marzo del 2004 ha supposto un cambio nelle posizioni internazionali del capitalismo spagnolo.

Zapatero compì la sua promessa di ritiro immediato delle truppe dall’Iraq ed ebbe inizio un orientamento più europeista nella politica economica del governo, che allo stesso tempo cercava di guadagnare le posizioni imperialiste dei monopoli spagnoli in America Latina, cambiando il precedente orientamento più diretto verso l’imperialismo statunitense.

Successivamente il governo Zapatero si è trasformato nel governo spagnolo che ha coinvolto più truppe in invasioni di altri paesi stranieri. La socialdemocrazia di quegli anni si è aggregata a tutte le missioni militari che furono prospettate dai centri imperialisti, senza esprimere nessun tipo di disaccordo.

Lo scoppio della crisi nell’estate del 2007 iniziò una tappa di regresso degli ingannosi progressi della formazione capitalista spagnola, che è giunta nel 2013 in una situazione di crescente debolezza e incapacità totale per mettere in moto la minima strategia di recupero del tasso di profitto.

I successivi fallimenti economici del governo portarono ad una situazione di crescenti difficoltà per il sostegno delle spese militari ordinarie, che entra in chiara collisione con la sua necessità di inserirsi nelle politiche di guerra imperialiste per cercare di ottenere una partecipazione nella spoliazione e saccheggio internazionale promosso dalla NATO e l’UE.

Così, il capitalismo spagnolo si trova nelle seguenti condizioni:

-         Una crisi economica che colpisce tutte le sue strutture in modo grave, senza orizzonte di recupero credibile.

-         La necessità di fare delle politiche di guerra un elemento determinante del suo processo di accumulazione parassitaria.

-         L’incapacità di mantenere le risorse militari necessarie per una partecipazione competitiva nella guerra imperialista.

Per questo in questi anni i vari governi hanno sviluppato una strategia centrata sulla partecipazione (anche se piccola) a qualsiasi intervento militare dell’imperialismo e nella valorizzazione delle sue posizioni nella geopolitica militare.

Da quando il governo Zapatero ritirò dall’Iraq le truppe mercenarie spagnole, non c’è stata una sola occasione in cui un governo spagnolo (Zapatero e Rajoy) abbiano rifiutato la partecipazione in azioni militari imperialiste in altri paesi.

Dal punto di vista della geopolitica militare il governo spagnolo offre i sui siti più vantaggiosi alla guerra imperialista per cercare di compensare le sue debolezze militari. Esempio di ciò sono l’installazione permanente di effettivi militari statunitensi nella base di Rota, all’interno della strategia dello scudo antimissili di Obama, o la presenza di diverse installazioni militari straniere nelle Isole Canarie.

3)      L’opportunismo e la guerra.

La cosiddetta teoria della multipolarità riflette le posizioni opportuniste dei nostri giorni rispetto all’imperialismo e alle relazioni internazionali proprie dell’attuale fase capitalista.

Nel corso delle distinte formazioni socioeconomiche che sono esistite storicamente, le dispute tra le classi dominanti dei distinti paesi configurano blocchi di alleanze temporanee in tutti quei momenti in cui non potevano da soli esercitare il controllo internazionale. Quando questa situazione cambia, allorquando una di queste classi dominanti nazionali acquisisce una posizione di potere nel mondo, immediatamente i suoi omologi degli altri paesi cercano di articolare alleanze per minare il potere della prima.

La multipolarità risponde semplicemente ad alleanze e blocchi, sempre temporanei, che realizzano le varie borghesie nelle loro lotte interne, per acquisire una posizione dominante nella catena o piramide imperialista.

La borghesia e le forze opportuniste vogliono imporre alla classe operaia la scelta di un gruppo o l’altro. Una volta ancora, si cerca di far passare per interessi collettivi gli interessi della classe dei capitalisti. Difendere la multipolarità come qualcosa di positivo è disconoscere il carattere di classe dello Stato, disconoscere il ruolo che svolgono le classi sociali nello stesso e nella scena internazionale e passare, armi e bagagli, nel campo della borghesia.

La teoria della multipolarità sostituisce ai nostri giorni la teoria dell’ultra-imperialismo di Kautsky. La nostra posizione a riguardo continua ad essere la stessa che ai tempi di Lenin, che, nella sua immortale opera L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo disse:  

«I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie proporzionalmente al “capitale”, alla “forza”, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione».(16)

«Pertanto, nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia dei preti inglesi o del "marxista" tedesco Kautsky, le alleanze “inter-imperialiste” o “ultra-imperialiste” non sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l'altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutti i paesi imperialisti. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste». (17)

Se ieri Kautsky pretendeva che una unione di tutti i poli imperialisti in uno solo era un cammino per la pace, oggi i difensori della multipolarità pretendono che l’esistenza di distinti poli imperialisti sia un cammino per la pace. La realtà è che entrambi si sbagliano: l’imperialismo, come fase superiore del capitalismo, esige il ricorso alla guerra come strategia di accumulazione capitalista e nessuna forma che la competizione inter-imperialista possa acquisire è garanzia di pace.

Esempio delle posizioni opportuniste è il caso del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida, forze che fanno parte del nucleo duro del polo opportunista europeo che rappresenta il Partito della Sinistra Europea. José Luis Centella, Segretario Generale del PCE, nel suo libro intitolato Costruire il Socialismo nel Secolo XXI, abbraccia la teoria della multipolarità:

«Ecco perché questo impegno per la difesa della Pace è legato alla proposta di costruire una democrazia sociale e politica partecipativa e di relazioni internazionali basate nella multipolarità, la parità di trattamento tra gli stati e la solidarietà tra i popoli» (18)

Niente fine del capitalismo!

Purtroppo le posizioni espresse dal signor Centella non sono esclusive degli opportunisti spagnoli e sono promosse da altri partiti e organizzazioni, con l’inestimabile cooperazione dei mezzi di propaganda borghese, direttamente vincolate ai gruppi monopolisti.

Di fronte a queste posizioni opportuniste le organizzazioni rivoluzionarie hanno il compito di sviluppare congiuntamente una tattica propria e coordinata.

4)      La tattica rivoluzionaria dei Partiti Comunisti.

 Davanti a questo panorama noi Partiti Comunisti e Operai dobbiamo mettere in testa alla nostra agenda la questione della lotta contro la guerra imperialista, dobbiamo intensificare la nostra lotta contro i preparativi di guerra, la corsa agli armamenti e la militarizzazione dell’economia.

Assume particolare importanza in questo momento sviluppare i lavori del Consiglio Mondiale per la Pace e altre organizzazioni quali la FDID (Federazione Democratica Internazionale delle Donne), FMGD (Federazione Mondiale della Gioventù Democratica) e la FSM (Federazione Sindacale Mondiale), nella prospettiva di avanzare verso un maggior coordinamento di classe e antimperialista che permetta di articolare un potente fronte mondiale antimperialista, nel cui programma al centro ci sia la lotta contro la guerra.

Allo stesso tempo è più necessario che mai raddoppiare gli sforzi nella lotta per la chiarificazione delle posizioni nel seno del MCI (Movimento Comunista Internazionale), sviluppando un lotta senza quartiere contro le posizioni opportuniste rappresentate da coloro che difendono teorie come quella della multipolarità.

Noi Partiti Comunisti e Operai dobbiamo esser preparati a intervenire politicamente nel caso di nuove guerre imperialiste: esigendo il ritorno dei militari in missioni imperialiste, ostacolando lo sviluppo dei piani militari nel proprio territorio (basi militari, trasferimenti di soldati, voli della CIA, ecc.) e lottando per il ritiro del proprio paese dai blocchi e dalle alleanze imperialiste come la UE e la NATO come elemento direttamente associato alla lotta per il socialismo-comunismo.

Infine noi Partiti Comunisti e Operai dobbiamo esser preparati al caso che i nostri rispettivi paesi entrino in conflitti diretti in una guerra imperialista. In tal caso nostro obiettivo non deve esser altro che lottare per convertire la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. In questo senso gli insegnamenti che ci offre l’esperienza rivoluzionaria russa del 1917 sono validissimi, così come tutto il dibattito intercorso tra Lenin e gli opportunisti nella II Internazionale.

È più che probabile che saremo testimoni del fatto che le forze opportuniste torneranno a firmare i crediti di guerra, lasciandosi trascinare dalla propria borghesia e perdendo di vista le posizioni internazionaliste. La tattica dei Partiti Comunisti e Operai dovrà allora percorrere una linea chiara di indebolimento della propria borghesia, mentre si punta alla presa del potere politico per la classe operaia, giungendo anche a procedere alla firma separata della pace se fosse necessario per il rafforzamento della rivoluzione.

Sono grandi e difficili le sfide che si pongono dinanzi al Movimento Comunista Internazionale, ma senza dubbio sapremo affrontarle, se non perdiamo la prospettiva internazionalista e l’obiettivo strategico della costruzione socialista-comunista.

 

Note:

1)      Non bisogna dimenticare che la Cina è il principale detentore di Buoni del Tesoro degli USA.

2)      Tesi 1 del 9° Congresso del PCPE, “Il PCPE davanti allo scenario della crisi capitalista mondiale”. Pag. 21.

3)      Rapporto “Verso una strategia globale europea. Assicurando l’influenza europea in un mondo in cambiamento”. VV.AA.P.10. Traduzione delle citazioni del PCPE.

4)      Grazie fondamentalmente all’utilizzo di tecniche come la frattura idraulica e la perforazione orizzontale, che permette di accedere a importanti giacimenti di petrolio e gas naturale.

5)      Le statistiche della BRITISH PETROLEUM sul gas naturale alla fine del 2011 quantificavano le riserve esistenti in Europa e Eurasia in 78.700 bcm., che rappresenta il 37.8% del totale mondiale, con una durata prevista con gli attuali volumi di produzione di oltre 75 anni. Da queste riserve solo 1.800 bcm. (lo 0.9% del totale mondiale) si trovano nell’UE, mentre la CEI dispone di 74.700 bcm., il 35.8% del totale mondiale.

6)      http://www.oficinascomerciales.es/icex/cma/contentTypes/common/records/mostrarDocumento/?doc=4257951

7)      http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/index.aspx

8)      https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/

9)      http://www.cepal.org/publicaciones/xml/5/49845/LaInversionExtranjeraDirectaDocIinf2012.pdf

10)  http://www.oficinascomerciales.es/icex/cma/contentTypes/common/records/mostrarDocumento/?doc=4637520

11)  http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/index.aspx

12)  La Cina ha acquisito in Afghanistan la riserva di rame più grande del mondo, situata a Mes Aynak, e adesso costruisce una strada e una linea ferroviaria per facilitare l’estrazione.

13)  La decisione dell’imperialismo giapponese, in questi giorni, di procedere nell’incrementare in modo significativo le sue risorse militari è in relazione diretta con questa questione.

14)  http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/index.aspx

15)  http://data.un.org/Data.aspx?d=ComTrade&f=_l1Code%3a1

16)  V.I.LENIN, Opere Scelte, Edizioni in lingue estere, Mosca 1947, Vol.1, pagina 666.

17)  Ibidem, pagina 698.

18) CENTELLA  JOSE LUIS:  Construir el Socialismo en el Siglo XXI. Alternativa a la dictadura del capital. 

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